Testimoni di giustizia traditi. La Lamorgese dice basta. Il ministro dell’Interno cambia verso. Assunto dallo Stato chi ha sfidato la mafia

di Clemente Pistilli
Politica

Non hanno mai fatto parte della criminalità organizzata e non hanno fatto neppure affari con i boss. Hanno creduto nello Stato e, essendo testimoni delle malefatto dei clan, hanno denunciato i mammasantissima. Da quel momento hanno perso tutto, dalle aziende agli affetti. Vivono nascondendosi pur di garantire con le loro testimonianze il buon esito di indagini e processi. Sono i testimoni di giustizia. Ben diversi dai collaboratori, che prima di pentirsi sedevano allo stesso tavolo dei malavitosi. Eppure lo Stato, come più volte denunciato dai testimoni, non è mai stato particolarmente vicino a chi ha dato al Paese un aiuto così importante. Ha lasciato gli autori delle denunce e le loro famiglie soli, con un piccolo assegno per andare avanti e nulla più.

LA PIAGA. Il ministro dell’interno Luciana Lamorgese sembra decisa a cambiare rotta, dando a quelli che sono dei fantasmi una chance: un lavoro con cui poter progettare il proprio futuro. I testimoni di giustizia, in base agli ultimi dati disponibili, in Italia sono 78 e 255 sono i loro familiari, costretti a seguire in una vita diventata un inferno chi ha denunciato fatti e misfatti delle organizzazioni criminali. Un incubo che coinvolge anche 80 minori, per i quali di frequente è difficile anche andare a scuola. Senza contare che gli stessi contatti con le istituzioni di media sono complicatissimi.

IL DECRETO. Lamorgese ha deciso di affrontare un simile dramma e di ridare speranza a chi da troppo tempo non ne ha più. Un impegno preso anche analizzando i risultati dell’analisi fatta sul fenomeno dalla Commissione parlamentare antimafia e spulciando l’ampia documentazione in materia, da cui emerge “la sostanziale richiesta di una revisione del sistema di protezione dei testimoni di giustizia”. La legge dell’11 gennaio 2018 sulla protezione dei testimoni prevede il “reinserimento sociale e lavorativo” di chi ha contribuito a sconfiggere i clan mettendo a rischio la propria vita. E prevede che una seconda chance possa arrivare con un posto di lavoro nella pubblica amministrazione.

Il ministro dell’interno, partendo da lì, ha quindi messo a punto uno schema di decreto ministeriale con cui regolare tali assunzioni e prevedendo che i posti di lavoro possano essere assegnati anche ai familiari dei testimoni, finiti a loro volta in un limbo di precarietà e privazioni. Fino ad oggi, in base alla normativa precedente, un lavoro del genere è stato dato soltanto a 16 testimoni di giustizia. Si può fare meglio e di più. Con un lavoro a chi ha contribuito in maniera determinante nel contrasto alle mafie al posto dell’assegno di Stato, che in tal modo si troverebbe anche a risparmiare. Lamorgese ha specificato nello schema di decreto chi avrebbe diritto alle assunzioni pubbliche e con che modalità, garantendo ovviamente ai beneficiari tutte le misure di sicurezza di cui hanno bisogno. Ora manca solo il via libera da parte del Senato.

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