Trattativa Stato-mafia, un processo a 60 anni di storia. Il giornalista Nicola Biondo: “Il patto c’è stato. La verità non è solo quella giudiziaria”

di Carmine Gazzanni
L'intervista
trattativa

“In Sicilia per decine di anni c’è stata una sorta di do ut des. Che vi stata una costante trattativa tra poteri legali e illegali, è fuor di dubbio. È una verità storica che è ben altra cosa dalla verità giudiziaria”. In attesa di conoscere quali saranno gli esiti cui giungerà la Corte d’Assise di Palermo dopo cinque anni di udienze sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, Nicola Biondo, giornalista investigativo che si è occupato per anni di mafia (pubblicando anche il saggio Il patto, con Sigfrido Ranucci), è chiaro su un punto: “Da un punto di vista storico, il paradigma della trattativa è l’unico condivisibile, l’unico che può spiegarci tanti avvenimenti che altrimenti rimarrebbero inspiegati”.

A cosa si riferisce?
Beh, ad esempio come mai l’Italia, che da sempre conta tra i più bravi investigatori del mondo, sia stata tenuta in scacco da una banda di criminali. Impossibile da pensare a meno che non guardiamo alla Sicilia di quegli anni come a una terra di frontiera, in cui c’è stata una vera e propria guerra civile durata anni. Personaggi al confine tra il legale e l’illegale ci sono sempre stati.

Quali, ad esempio?
I fratelli Salvo, mi vengono in mente. Ma non solo. Tra gli anni ‘60 e ‘70 c’erano carabinieri invitati a cene con mafiosi d’alto borgo. Quella anche era una trattativa. La verità è che c’è stata una trattativa costante. Ecco: io non parlerei di trattativa, ma di trattative.

Biondo

NICOLA BIONDO

In un certo senso, dunque, la verità storica prescinde da quella che potrebbe essere accertata dai giudici?
Certamente. Non è che se un processo decide l’assoluzione o la condanna di singoli imputati, la storia si cancella. Non è che se Dell’Utri venisse assolto, si cancellerebbe poi tutto quello che è accaduto in quegli anni.

E cos’è avvenuto?
La storia è abbastanza chiara: un signore che comandava un’organizzazione criminale, democratica fino al suo avvento, si era messo in testa probabilmente spinto da alcuni consulenti esterni, che poteva fare la guerra, la vera guerra allo Stato, stile Colombia. E questo ha una valenza storica gigantesca, così come ha una valenza storica gigantesca il fatto che la mafia abbia voluto poi strutturarsi in un partito. Tutto questo è indiscutibile.

Secondo lei il processo sulla trattativa che ruolo avrà?
Guardi, io non so le ragioni che hanno portato a questo processo. Ma una cosa è certa: i crimini politici, che ci sono stati, devono essere dimostrati come crimini penali. E lì è molto, molto complesso. E anche se noi trovassimo i colpevoli, non vuol dire che non ci saranno mille altri rivoli di questa storia che non abbiamo raccontato. Anche perché non è facile mettere “sotto processo” un pezzo di storia del Paese.

Secondo lei ha senso, allora, un processo del genere?
Io non posso dirlo. Certo è che alcuni passaggi di gestione del processo hanno svelato delle inadeguatezze.

A cosa si riferisce?
Al caso di Massimo Ciancimino, per dire. Elevare Massimo a icona dell’antimafia è stato un errore. E questo vale anche per i giornalisti che andavano con lui in vacanza e poi lo intervistavano in tv. Nelle migliori delle ipotesi è stata una mancanza di professionalità.

Cosa accadrà dopo la sentenza?
Non conta: a prescindere dall’esito, il processo sulla trattativa resta una delle milioni di pagine che riguardano la condivisione nello stesso territorio di una delle più grosse organizzazioni criminali del ‘900 e uno Stato sovrano. Ma è una pagina. L’unica certezza è che la stagione delle stragi è finita. Ma anche qui: con mille dubbi. Questa è una storia che ci porteremo avanti per decenni.

Tw: @CarmineGazzanni