Vincere e vinceremo. Salvini dopo la pretesa di pieni poteri evoca ancora Mussolini e trasforma l’Emilia in un voto su se stesso

di Laura Tecce
Politica

“La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti…. Vincere e vinceremo”. Settant’anni dopo la dichiarazione di guerra di Benito Mussolini i toni spavaldi e perentori sono i medesimi ma ad utilizzarli è il leader della Lega Matteo Salvini. Non dal balcone di piazza Venezia ma dal palco di un comizio a Bobbio, nel piacentino ha tuonato: “Noi siamo avanti e io sono convinto che vinceremo, però, se ho un desiderio non è quello di vincere ma è quello di stravincere il 26 gennaio . Vi do la mia parola che se si vince, come si vince, in Emilia Romagna, io il giorno dopo mi prendo la soddisfazione di andare a Roma e portare la lettera di licenziamento a Conte, Renzi, Di Maio e Zingaretti”.

Che il voto per le elezioni regionali in Emilia Romagna sia diventato ormai per il Capitano una sfida personale è cosa ormai nota, lo è stato sin dalla convention di apertura della campagna elettorale al PalaDozza di Bologna, e il fatto che stia battendo a tappeto il territorio in comizi e incontri “paralleli” rispetto alla candidata ufficiale – ricordiamolo, è Lucia Borgonzoni – lo dimostra ogni giorno di più. Comizi in cui i temi locali sono appena accennati, Salvini non ha interesse a criticare l’opera dell’amministrazione dell’uscente Stefano Bonaccini e a proporre soluzioni alternative, il suo obiettivo è portare il più possibile la sfida a livello nazionale: la sua strategia è “usare” le regionali per vincere a Roma, mostrare i muscoli e misurare il suo consenso per sfrattare Conte esibendo lo scalpo della regione rossa per eccellenza.

In questo disegno la conquista del governo dell’Emilia Romagna è un effetto collaterale, o meglio Borgonzoni è una figura collaterale del successo di Salvini: aut caesar aut nihil, o Cesare o nulla, motto del condottiero Cesare Borgia, ben si attanaglia alla concezione di leadership salviniana che incarna appieno quella che il sociologo Max Weber definì l’ “autorità carismatica”. Il modello di leadership carismatica, così come definita dal sociologo tedesco, è “il potere legittimato sulla base delle eccezionali qualità personali di un capo o la dimostrazione di straordinario acume e successo, che ispirano lealtà ed obbedienza tra i seguaci”. Ed è proprio nel rapporto con i seguaci, vale a dire nella relazione tra “capo e discepoli” e non tanto nei tratti particolari del leader politico che la validità del carisma si fonda: sul suo “riconoscimento” da parte dei seguaci/elettori/follower, su una sorta di atto di fede nato dall’entusiasmo, dall’identificazione o da necessità e speranza.

Il capo carismatico non deve per forza essere una forza positiva, pertanto anche il Duce Mussolini potrebbe ragionevolmente essere considerato un leader carismatico. In questo senso le considerazioni qui espresse sono assiologicamente neutrali, non vi è un giudizio di valore etico. Spesso si considera l’etica, che tratta del bene morale, come associata alla politica: nulla di più sbagliato, l’agire etico e l’agire politico sono talvolta correlati ma mai sovrapponibili. Semmai la considerazione da fare in riferimento alla strategia di ipersonalizzazione messa in atto da Salvini riguarda il fatto che la personalizzazione estrema in politica non è mai una buona idea. A partire dagli anni Ottanta, la politica occidentale ha vissuto una radicale trasformazione sul piano comunicativo e simbolico, e sempre di più si è osservata una perdita di identificazione degli elettori con un partito o con un movimento: dal voto di appartenenza (espresso sulla base di un ideale condiviso) si è passati rapidamente al voto di opinione.

Ma qui siamo oltre, siamo al voto fideistico sulla figura del capo. Salvini arriva a paragonare la consultazione locale ad un referendum (su se stesso): “Vorrei che passasse questo messaggio: il 26 gennaio non sono elezioni, è una scelta di vita, un referendum tra il passato e il futuro”, ha detto due giorni fa. Lo fece Matteo Renzi a suo tempo con la riforma costituzionale e sappiamo come è andata a finire e lo sta facendo il leader della Lega adesso, come nella miglior tradizione degli ego ipertrofici.