Il diavolo, a volte, si nasconde nei dettagli. E passerebbe del tutto inosservato allโocchio di chi si soffermasse solo sul titolo del disegno di legge (ddl) depositato al Senato lโ11 luglio scorso dal tesoriere del Pd in pectore, Luigi Zanda: โDisposizioni dirette a rendere effettivo il diritto dei cittadini di concorrere con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale in attuazione dellโarticolo 49 della Costituzioneโ. Quello che, carta alla mano, garantisce il diritto dei cittadini โdi associarsi liberamente in partitiโ.
Unโiniziativa senzโaltro meritoria se non fosse, appunto, per un dettaglio: il conto lo pagano i cittadini. Lโarticolo 6 del ddl, assegnato alla commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama il 17 ottobre scorso, stabilisce, infatti, che โai partiti e ai movimenti politici รจ corrisposto un contributo pubblico finalizzato alla parziale copertura delle spese sostenute per il perseguimento degli obiettivi statutariโ. Ed elargito attraverso lโistituzione, presso il ministero dellโEconomia, di un โFondo per il finanziamento dellโattivitร politica dei partiti con dotazione pari a 90 milioni di euroโ.
Accederanno al riparto (โin cinque annualitร โ) del tesoretto โi partiti e i movimenti politici che abbiano almeno un candidato eletto sotto il proprio simboloโ in Parlamento (Camera o Senato), al Parlamento europeo, nei consigli regionali o delle province autonome di Trento e Bolzano. E non รจ tutto. La norma fissa anche i criteri per ripartire la torta: il 10% del Fondo (9 milioni) da suddividere โin parti ugualiโ per tutti; il restante 90% (81 milioni) โin ragione della rispettiva quota di rappresentanti elettiโ.
Insomma, defenestrato quasi sei anni fa dallโallora premier Enrico Letta, ora il finanziamento pubblico rischia di rientrare dalla porta principale per mano di un altro dem. E non sarebbe la prima volta. Al referendum del 1993, sullโonda degli scandali di Tangentopoli, gli italiani sentenziarono, con un vero e proprio plebiscito (90,3 per cento), la fine del finanziamento pubblico. Ma quando tesorieri e segretari amministrativi dovettero iniziare a fare i conti con le casse vuote dei partiti, in quattro e quattrโotto la politica non esitรฒ a ripristinarlo sotto mentite spoglie. Resuscitandolo sotto forma di rimborsi elettorali.
E pure il tentativo, nel 1997, di introdurre la contribuzione volontaria per destinare il 4 per mille dellโIrpef ai partiti (per un totale massimo in lire equivalente a 56.8 milioni di euro), si rivelรฒ un fiasco totale. Cosรฌ, nel 1999, le โNuove norme in materia di rimborso delle spese elettoraliโ, reintrodussero di fatto un vero e proprio finanziamento pubblico, sganciando il computo dei rimborsi spettanti dalle spese effettivamente sostenute dai partiti per le campagne elettorali. E non finisce qui. Nel 2002, con lโavvento dellโeuro, i rimborsi elettorali vennero ulteriorimente gonfiati, trasformando il Fondo in annuale e abbassando dal 4 allโ1% il quorum richiesto per accedere alle sovvenzioni pubbliche.
A conti fatti, la torta da servire, in caso di legislatura completa, lievitรฒ piรน che raddoppiando, passando da 193,7 milioni a 468,8 milioni di euro. In sostanza, dalle vecchie 4.000 lire โa votoโ ad un euro tondo tondo. Ma incassato per ogni singolo anno e non piรน per lโintera legislatura. Un andazzo proseguito fino alla legge del 2013 voluta dallโex premier Letta, che ha tagliato, progressivamente, i rimborsi elettorali fino al totale azzeramento a partire dal 2017. Lasciando, quale unica possibilitร di finanziamento ai partiti, il contributo del 2 per mille dellโIrpef su base volontaria dei cittadini. Ma a due anni dallโultima scure calata sul finanziamento pubblico, il piatto della politica รจ tornato a piangere. E anche stavolta, lโunica alternativa, sembra quella di battere cassa al contribuente.