Dieci vigili del fuoco del comando di Pisa ricevono una contestazione disciplinare per un gesto compiuto quattro mesi prima: un minuto di silenzio, in ginocchio, durante una manifestazione per Gaza. Indossavano i dispositivi di protezione individuale, quelli che identificano il pompiere quando entra nelle case che bruciano o scava nel fango delle alluvioni. Per il Ministero dell’Interno quel gesto è diventato un problema di disciplina.
Il gesto e la piazza
Il fatto risale al 22 settembre 2025, giornata di sciopero generale proclamata dall’Usb. A Pisa il corteo attraversa la città e arriva nei pressi dell’aeroporto. Migliaia di persone in strada, bandiere palestinesi, slogan contro la guerra. In quel contesto dieci vigili del fuoco, tra cui Claudio Mariotti, 38 anni di servizio, si fermano e si inginocchiano. Nessun blocco, nessuna violenza, nessuna parola d’ordine di partito. Solo silenzio.
La macchina amministrativa si muove dopo. Il Viminale contesta l’uso dell’uniforme in un contesto politico, parla di danno all’immagine del Corpo, apre un procedimento che può arrivare fino alla sospensione dal servizio. Le audizioni sono fissate per il 29 gennaio. La scala sanzionatoria è quella prevista dal regolamento disciplinare: dal rimprovero alla sospensione lunga. Il licenziamento viene evocato nel dibattito pubblico, anche se resta l’ipotesi estrema.
La lettura politica
La vicenda diventa politica con l’intervento di Nicola Fratoianni. La sua accusa è netta: «Eroi quando serve, sovversivi quando danno fastidio». Nel mirino finiscono il governo e il ministero dell’Interno. La linea è quella della neutralità assoluta: la divisa non appartiene a chi la indossa, ma allo Stato. Usarla per esprimere una posizione, anche umanitaria, viene considerato uno strappo alla catena di comando.
Qui si apre il nodo giuridico. I vigili del fuoco sono un corpo civile, regolato da un ordinamento speciale ma distinto dalle forze di polizia. Il regolamento di servizio impone correttezza e tutela dell’immagine dell’amministrazione, ma non vieta in modo esplicito la manifestazione del pensiero fuori dal servizio. La distinzione fra uniforme ordinaria e DPI operativi diventa centrale nella difesa: quei dispositivi sono strumenti di lavoro, non simboli di rappresentanza politica. L’amministrazione, al contrario, tende a equipararli all’uniforme ogni volta che rendono l’operatore immediatamente riconoscibile come Stato.
Disciplina, dissenso e “militarizzazione”
Attorno a Pisa c’è però un contesto più ampio. Da anni i sindacati di base denunciano una progressiva assimilazione del Corpo al comparto sicurezza, con un rafforzamento della disciplina e una compressione degli spazi di dissenso. Il procedimento disciplinare viene letto come un segnale: punire oggi un gesto simbolico per fissare domani un confine più stretto tra obbedienza e coscienza.
C’è anche un cortocircuito istituzionale che pesa. I vigili del fuoco sono partner storici di iniziative umanitarie, ambasciatori di campagne per la tutela dell’infanzia. Richiamare Gaza, spiegano gli interessati, significa dare coerenza a quei valori. Per l’amministrazione, invece, l’umanitario smette di essere neutro quando entra in una piazza che critica la politica estera del governo.
Il precedente che pesa
Il confronto con altri casi rende la frattura più evidente. In passato l’uso politico dei simboli delle forze dello Stato da parte della classe dirigente ha prodotto polemiche senza conseguenze reali. Qui, invece, il rigore disciplinare cala su lavoratori che non hanno parlato, non hanno scritto, non hanno comandato. Si sono inginocchiati.
Il 29 gennaio le audizioni diranno se il Viminale sceglierà la linea dura o una sanzione simbolica. In entrambi i casi, la vicenda ha già superato Pisa. Ha messo a nudo una domanda che il governo evita: fino a dove può arrivare la neutralità dello Stato quando chi lo serve rivendica una coscienza. Punire quei dieci significa difendere un’idea di istituzione che chiede silenzio. Difenderli significa accettare che anche sotto un casco, a volte, resti un cittadino.