S’ingrossa lo scandalo del software ECM, che permetterebbe di spiare e intervenire sui documenti di lavoro senza che l’utente se ne renda conto, installato su circa 40mila computer dell’amministrazione della giustizia, come aveva smentito ma confermandone implicitamente l’esistenza il ministro Carlo Nordio. Uno scandalo portato a conoscenza del grande pubblico mercoledì da Report, ma che – evidentemente – negli apparati dello Stato era ben noto.
La procura di Roma aveva aperto un fascicolo contro ignoti
Tanto che ieri si è saputo che la procura di Roma nei mesi scorsi aveva aperto un fascicolo a modello 45, senza indagati né ipotesi di reato, per svolgere accertamenti preliminari proprio sul sistema informatico. Dall’indagine “non emergono profili penalmente rilevanti”, avevano stabilito i magistrati allora. Le verifiche disposte, in particolare sul rischio di vulnerabilità informatica, non avrebbero evidenziato elementi tali da configurare violazioni di rilievo penale.
Tuttavia le rivelazioni di Report e, in particolare, le dichiarazioni di Aldo Tirone, giudice del Tribunale di Alessandria, che ha dimostrato come il software permetta forme di controllo remoto dei computer, all’insaputa degli utenti, sono probabilmente destinate a far riaprire il caso.
Sei membri del Csm chiedono l’apertura di una pratica urgente
Inoltre, sempre ieri, sei consiglieri del Csm hanno presentato alla VII Commissione la richiesta di “apertura urgente di una pratica volta a verificare quali siano stati e siano attualmente i presidi di sicurezza adottati al fine di scongiurare il rischio di accessi anonimi e illeciti alle postazioni di lavoro dei magistrati e del personale di cancelleria”. A sottoscrivere il documento i consiglieri di Area (i togati Mimma Miele, Roberto Fontana, Andrea Mirenda e i laici Roberto Romboli, Michele Papa ed Ernesto Carbone).
Intanto la politica è in ebollizione
E, se il mondo della giustizia è in fermento, quello della politica è in ebollizione. “I contorni della vicenda del rischio spionaggio ai danni dei magistrati sono sempre più inquietanti. Il ministro Carlo Nordio non si può nascondere dietro dichiarazioni false: la prova c’è ed è reale”, attacca Elisabetta Piccolotti di Avs.
“Vogliamo sapere con la massima urgenza se”, prosegue la deputata, “siano stati avviati i controlli necessari relativi all’installazione dei software Ecm sui computer dell’amministrazione giudiziaria italiana; se si stia procedendo a rimuovere lo stesso software spia e se ulteriori verifiche sono state avviate anche sui computer di tutte le altre articolazioni sensibili dello Stato, come la Commissione Antimafia e l’Agenzia delle entrate”. “Siamo di fronte ad un gravissimo pericolo di sorveglianza illegale che mina in maniera inquietante l’indipendenza della magistratura di questo Paese. Abbiamo depositato un’interrogazione urgente al ministro Nordio: ci dica ora cosa sa e cosa intenda fare”, conclude.
M5s: “Palazzo Chigi diede ordine di insabbiare?”
Anche i 5 Stelle hanno chiesto un’informativa urgente della presidente Meloni. “Vogliamo chiedere al governo se nel 2024 è arrivata al ministero della Giustizia una segnalazione da una procura italiana che denunciava che nei circa 40 mila pc degli uffici giudiziari ci fosse un software che permette di accedere da remoto senza lasciare alcuna traccia e quindi, eventualmente, spiare il contenuto e le attività del titolare del computer”, ha dichiarato ieri alla Camera Valentina D’Orso.
“Pare che Palazzo Chigi in quel caso abbia dato l’indicazione di minimizzare e insabbiare la vicenda. Su questa vicenda serve la massima trasparenza, in gioco non c’è solo la riservatezza del lavoro dei magistrati e del personale della Giustizia, ma anche la sicurezza nazionale e la nostra stessa democrazia”, ha aggiunto.
“Si è scelto di non intervenire”: l’accusa del dem Ruotolo
All’arrembaggio anche il Pd, con Sandro Ruotolo: “Dalle anticipazioni dell’inchiesta di Report emerge che, nonostante nel 2024 alcuni uffici giudiziari avessero segnalato ufficialmente l’esistenza di una possibile vulnerabilità nei sistemi informatici utilizzati da giudici e magistrati, la vicenda sarebbe stata messa a tacere su indicazione proveniente dall’Esecutivo, fino a coinvolgere Palazzo Chigi”.
“Se confermate – aggiunge Ruotolo – queste accuse pongono una questione di estrema gravità, perché incidono direttamente sull’indipendenza della magistratura e sulla tutela dello Stato di diritto”.
“Com’è possibile che, dopo le segnalazioni formali del 2024 e il coinvolgimento dei vertici dell’amministrazione della giustizia, non risultino essere state avviate verifiche strutturate né adottate misure correttive, nonostante la natura estremamente sensibile delle postazioni coinvolte e i rischi evidenti per la segretezza delle indagini?”, si chiede l’esponente dem, che conclude, “Qui non siamo di fronte a un problema tecnico del passato. Siamo di fronte a una scelta compiuta nel 2024, sapere e non intervenire. Per questo chiediamo alla presidente Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, di spiegare quanto accaduto. L’indipendenza della magistratura non è negoziabile”.