I nove Paesi che possiedono la bomba atomica nel 2025 hanno speso 118,8 miliardi di dollari per i loro arsenali nucleari. Mai così tanto: 3.768 dollari al secondo, un quinto in più dell’anno prima. Sono gli stessi che bombardano l’Iran dal giugno 2025, e di nuovo da febbraio, per smontare il suo programma nucleare. Solo che una testata l’Iran non la possiede, anzi resta dentro il Trattato di non proliferazione dal 1970. La possiede, eccome, chi lo bombarda.
Le date lo dicono meglio di qualsiasi commento. Il 13 giugno 2025 Israele lancia l’operazione “Rising Lion” contro gli impianti iraniani, il 22 giugno gli Stati Uniti calano su Fordow, Natanz e Isfahan la “Midnight Hammer”, con bombe da quasi quattordici tonnellate sganciate dai bombardieri B-2. Stessa storia da febbraio 2026, con lo Stretto di Hormuzbloccato e i mercati dell’energia in tensione.
I conti della deterrenza
A misurare la spesa è la International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (Ican), Nobel per la pace 2017, nel rapporto “Premeditated” diffuso oggi insieme ai nuovi numeri del Sipri di Stoccolma. L’aumento sul 2024 è di 16,8 miliardi, il più alto da quando la campagna tiene il conto. Gli Stati Uniti da soli hanno speso 69,2 miliardi, più degli altri otto messi insieme, il 58% del totale mondiale, con l’aumento maggiore: 12,4 miliardi in dodici mesi. Dietro la Cina con 13,5 miliardi e il Regno Unito con 12,6, che così ha scavalcato la Russia, ferma a 9,5. In cinque anni, dal 2020, il conto arriva a 471 miliardi.
E i soldi finiscono da qualche parte. Almeno 25 aziende hanno incassato nel solo 2025 non meno di 38 miliardi per lavori sul nucleare militare, con 394 miliardi di contratti ancora aperti. Le stesse, documenta ICAN, hanno pagato lobbisti per oltre 138 milioni tra Francia e Stati Uniti, e incontrato 226 volte i funzionari britannici, quattro volte l’ufficio del premier. Per mettere le cifre in fila: un solo giorno di questa spesa basterebbe a sottrarre alla fame due milioni di persone, una settimana a vaccinare contro morbillo e rosolia oltre dodici miliardi di esseri umani. E sono gli stessi governi che intanto tagliano i fondi alle Nazioni Unite e ai programmi umanitari. Secondo Alicia Sanders-Zakre, che ha firmato il rapporto, l’analisi è annuale ma la spesa no: i nove hanno già messo in programma di mantenere e ammodernare le forze atomiche per i decenni a venire, a scapito dei bisogni reali di sicurezza.
Aviano, Ghedi e la bomba di casa
Intanto gli arsenali crescono. Il Sipri, nel suo annuario 2026, conta 12.187 testate nel mondo a gennaio, 9.745 nelle scorte operative, 4.012 già montate su missili e aerei pronti all’uso. Tutte e nove le potenze le stanno modernizzando, la Cina più in fretta di chiunque: ormai ne ha circa 620.
Anche l’Italia è dentro questa contabilità. Le basi di Aviano, nel Pordenonese, e Ghedi, nel Bresciano, ospitano le bombe atomiche statunitensi B61-12 dentro il programma di condivisione nucleare della Nato. Per le stime del Sipri sono tra 100 e 120 gli ordigni dislocati in sei o sette basi di sei Paesi europei. A questi si aggiungono i caccia F-35A che l’Italia compra, certificati per trasportarle. Roma paga, di fatto, la sua parte della catena della deterrenza atlantica.
La Rete Italiana Pace e Disarmo, parte di Ican, chiede al governo di ratificare il Trattato Onu che proibisce le armi nucleari, in vigore dal 2021 e ormai sottoscritto da 99 Stati. Roma non lo ha fatto. E mentre a New York il Consiglio di sicurezza discute oggi nuove sanzioni a Teheran per il suo nucleare, i nove che la bomba ce l’hanno davvero mettono a bilancio la spesa per tenerla e ingrandirla, fino al prossimo secolo. Il pericolo atomico, a quanto pare, è sempre quello degli altri.