Decreto Sicurezza, i 54 Pro-Pal indagati a Pisa sono solo la punta dell’iceberg. Nella mappa della repressione del governo Meloni

Solo a Pisa 54 indagati, oltre quattrocento in Italia, Albanese lasciata sola: effetto della stretta del governo contro chi protesta per Gaza

Decreto Sicurezza, i 54 Pro-Pal indagati a Pisa sono solo la punta dell’iceberg. Nella mappa della repressione del governo Meloni

Cinquantaquattro persone, 140 capi di imputazione. Chiuse le indagini a Pisa su studenti, dottorandi, ricercatori, lavoratrici delle pulizie, pensionati, mamme che in piazza c’erano con i figli. I fatti vanno dal luglio 2025 alla primavera del 2026: i blocchi dell’autostrada A12, dell’aeroporto, della superstrada FiPiLi, dei binari, l’occupazione del rettorato dell’Università di Pisa, i presidi contro il transito di armi. Interruzione di pubblico servizio, blocco stradale e ferroviario, resistenza, lesioni, occupazione di edifici pubblici, tutto ammassato in un fascicolo solo.

Pisa è la punta toscana di una mappa che copre il Paese. Bologna ha superato le 100 denunce, Genova le 80, Cagliari le 90, Massa le 37. A Milano la Procura è arrivata alle misure cautelari, obbligo di firma e divieto di uscire la notte per ragazzi accusati di aver camminato in corteo. Al 7 marzo l’Osservatorio Repressione contava oltre 400 denunciati in tutta Italia, e mancavano ancora i conti delle grandi città. Più le multe, fino a 5mila euro a testa.

La macchina si chiama decreto sicurezza

Il perno è una norma. Il decreto sicurezza, il D.L. 48 dell’11 aprile 2025, ha introdotto undici nuove fattispecie di reato e altrettante aggravanti, e ha riportato il blocco stradale tra i delitti: chi ferma la circolazione in una manifestazione collettiva rischia da sei mesi a due anni. Fino al giorno prima era un illecito amministrativo, una multa. La legge, che in molti hanno chiamato il più duro attacco alla protesta della storia repubblicana, è passata in Parlamento nel giugno 2025. Il 5 febbraio 2026 il governo ci ha aggiunto un secondo pacchetto.

Del resto è tutto scritto nella legge. La condotta punita non chiede violenza né intenzione aggressiva: basta sedersi sull’asfalto e restare lì quando la polizia ordina di sciogliersi. A Bologna, più volte, sono stati gli stessi agenti ad accompagnare il corteo dentro la tangenziale, salvo poi scegliere i nomi da denunciare. La Procura di Torino ha chiesto al gip di mandare la questione alla Corte costituzionale: il carcere per chi protesta, scrivono i pm, ferisce il diritto di sciopero e la libertà di riunione.

Da Albanese ai pensionati

In cima alla scala c’è Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati. Gli Stati Uniti l’hanno sanzionata due volte, nel luglio 2025 e di nuovo il 28 maggio 2026, e le hanno congelato conti e carte. Il governo italiano ha scelto il silenzio. Anzi: la maggioranza si è messa in fila con chi la vuole fuori. La Lega ha depositato una risoluzione per le dimissioni della relatrice l’11 febbraio, Fratelli d’Italia ha aperto una raccolta firme, il ministro degli Esteri Antonio Tajani l’ha definita “capo fazione” e ha giudicato “inevitabile” chiederne l’uscita. Il 17 febbraio il Coordination Committee delle Nazioni Unite ha smontato l’accusa, “fatti fabbricati” su una frase tagliata fuori contesto. Il governo, intanto, si era già schierato.

In fondo alla stessa scala c’è la signora che a Pisa spingeva il passeggino. In mezzo, il sindacato di base Usb indica l’arma vera: “Siamo più preoccupati per le multe che per le denunce”. Il penale ha le sue garanzie, l’amministrativo quasi nessuna, e cinquemila euro per uno studente o un’operaia pesano più di un processo. Le notifiche arrivano mesi dopo i fatti, quando Gaza è uscita dai telegiornali. Qualcuno è indagato solo per essere entrato in stazione da una porta sbagliata. È il calcolo: colpire tardi, colpire a pioggia, colpire chi l’avvocato non se lo può permettere.

Il governo che chiedeva legalità e decoro ha trovato la sua emergenza nei cortei per Gaza, non nelle armi che dai porti toscani continuano a transitare. Quattrocento denunciati, una relatrice Onu lasciata sola, un decreto che una procura ha chiesto di portare davanti alla Consulta: qui da noi la solidarietà con la Palestina è diventata una questione di ordine pubblico.