Partita Iva solo sulla carta: mezzo milione di italiani lavora come un dipendente ma con meno diritti

Il rapporto Inapp certifica 494 mila “dependent contractor”: giovani, meno pagati, spesso costretti ad aprire una partita Iva

Partita Iva solo sulla carta: mezzo milione di italiani lavora come un dipendente ma con meno diritti

Sono 494 mila. Hanno una partita Iva, fatturano, emettono parcelle. Poi entrano in ufficio alla stessa ora dei colleghi assunti, usano gli strumenti dell’azienda, rispettano procedure e gerarchie. L’Inapp, nel Policy Brief n. 37 di gennaio 2026, applica ai dati dell’Indagine Inapp-Plus 2024 la categoria ILO dei “dependent contractor”: rappresentano il 18,5% dei 2,6 milioni di autonomi senza dipendenti, il 2,1% degli occupati, il 9,8% degli indipendenti.

Autonomi sulla carta

La definizione è tecnica ma le conseguenze sono concrete. Lavoratori senza personale che dipendono quasi esclusivamente da un committente e hanno margini ridotti su compensi, tempi, strumenti. Tra gli autonomi senza dipendenti il 18,5% cumula vincoli economici e organizzativi. Un ulteriore 49,8% sperimenta almeno una delle due condizioni. La libertà piena riguarda una minoranza.

I settori si concentrano nei servizi: call center, pulizie, consegne, taxi, marketing, centralini. Il 4,4% dichiara un committente pubblico. Gli under 30 sono l’11,2% tra i dependent contractor contro il 4,4% medio degli indipendenti. Il 36,1% possiede una laurea. Otto su dieci operano negli “altri servizi”, soprattutto informazione e comunicazione, servizi alle imprese, trasporti, intermediazione finanziaria, istruzione e formazione.

Redditi bassi, stabilità fragile

Le ore lavorate avvicinano questi lavoratori ai dipendenti. I redditi li separano. Il 44,4% resta sotto i 15 mila euro lordi annui contro il 10,4% dei dipendenti. Solo il 16,5% si colloca tra 28 e 50 mila euro, circa la metà dei dipendenti (31,3%). La fascia oltre i 50 mila euro è marginale. La soddisfazione per la stabilità si ferma al 58,6%, oltre dieci punti sotto gli altri indipendenti.

La genesi del rapporto di lavoro chiarisce il contesto. Il 48,2% ha aperto la posizione autonoma su richiesta del committente; il 12,1% indica l’assenza di alternative. Strada obbligata per il 60,2% dei dependent contractor. Tra i datori di lavoro la quota scende allo 0,8%.

Un sistema che scarica il rischio

Dal 2004 l’Italia ha perso oltre un milione di lavoratori indipendenti mentre l’occupazione dipendente stabile è cresciuta di oltre due milioni. Oggi gli autonomi sono il 21,9% degli occupati contro una media Ue del 14,2%. Dentro questa quota si annida una porzione che sopporta il rischio d’impresa senza governarne le leve.

Nel lavoro quotidiano emergono indicatori che avvicinano questi profili alla subordinazione: orari concordati con il cliente, utilizzo di mezzi e strutture del committente, prestazioni analoghe a quelle dei dipendenti. In molti casi il contratto con lo stesso cliente viene rinnovato più volte, segno di una continuità che stride con la narrativa dell’indipendenza.

Le normative europee e italiane

Parlamento e Consiglio Ue hanno approvato la direttiva 2024/2831 sul lavoro tramite piattaforme digitali, con recepimento entro dicembre 2026. In Italia il collegato lavoro 203/2024 apre al riconoscimento dei rapporti ibridi. Il dibattito si concentra sull’estensione delle tutele: malattia, maternità, coperture contro gli infortuni, accesso agli ammortizzatori.

Mezzo milione di persone resta sospeso. Firma contratti autonomi, risponde a un solo committente, accetta compensi fissati altrove. L’etichetta parla di imprenditori individuali. I numeri raccontano lavoratori con autonomia compressa, esposti a redditi bassi e instabilità. Una linea sottile divide la forma giuridica dalla sostanza del rapporto. Dentro quella linea si muovono 494 mila storie che reggono interi segmenti del terziario italiano.