Questo giovedì a Ginevra ci sarà un nuovo tentativo diplomatico, probabilmente l’ultimo, per evitare lo strappo definitivo tra Stati Uniti e Iran. Un incontro delicato, mediato dalla delegazione dell’Oman, dove le parti tratteranno indirettamente per evitare che la situazione sfugga di mano, riportando in Medio Oriente l’incubo della guerra che, a ben vedere, sembra sempre più probabile.
Infatti le parti in queste ore, anziché abbassare la tensione, sembrano alzare ulteriormente la voce, di fatto mettendo a rischio il vertice ancora prima del suo inizio.
“All’inferno o a casa”: il messaggio di Teheran
A incendiare il clima è stato Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera del Parlamento iraniano che su X ha scritto che i colloqui “determineranno se i soldati statunitensi andranno all’inferno o torneranno in America”.
Parole che non lasciano spazio a interpretazioni e che dimostrano come a Teheran sia forte la convinzione che la diplomazia ha già fatto il suo tempo e che solo un colpo di scena, a questo punto difficilmente preventivabile, potrebbe evitare il conflitto.
Dichiarazioni, quelle di Rezaei, che non sembrano rivolte soltanto a Donald Trump e ai team di negoziatori, ma che sembrano parlare anche – se non soprattutto – ai cittadini iraniani, ai Pasdaran, e ai proxy regionali, affinché siano pronti a reagire in caso di attacco.
L’ombra del raid mirato
Se a Teheran ci si prepara al peggio, a Washington il clima continua a surriscaldarsi. Secondo il New York Times, il presidente degli Stati Uniti starebbe valutando un primo attacco limitato nei prossimi giorni, un colpo chirurgico per convincere l’Iran a rinunciare alla capacità di produrre un’arma nucleare, che potrebbe prendere di mira il quartier generale dei Guardiani della Rivoluzione, i siti del programma nucleare iraniano, e le infrastrutture missilistiche con cui Teheran minaccia Israele e la pace in Medio Oriente.
Un blitz che se approvato potrebbe scattare addirittura prima del vertice, spiegano sul prestigioso quotidiano, e che se non dovesse bastare a convincere la Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei ad accettare tutte le richieste statunitensi – ossia lo stop al programma nucleare, la sospensione del programma missilistico e la cessazione del finanziamento ai suoi proxy tra cui Hamas e Hezbollah -, allora porterebbe all’inevitabile escalation con la Casa Bianca che a quel punto valuterebbe un’operazione molto più ampia da tenere entro fine anno, con l’obiettivo ambizioso di causare il tracollo del regime di Khamenei.
La minaccia della rappresaglia
Al momento appare difficile che Teheran possa piegarsi perché perderebbe la faccia davanti ai suoi stessi cittadini, tanto più davanti alle durissime condizioni che gli vengono richieste e che potrebbero mettere a rischio la tenuta del regime. Proprio per questo, secondo indiscrezioni riportate ancora dal quotidiano americano, i servizi occidentali in queste ore stanno registrando segnali crescenti di pianificazione di possibili ritorsioni contro obiettivi Usa in Europa e Medio Oriente.
Si teme soprattutto il coinvolgimento degli Houthi nello Yemen, con nuovi attacchi alle navi nel Mar Rosso, e l’attivazione in Europa e negli Usa di cellule terroristiche dormienti di gruppi jihadisti che potrebbero scatenare un’ondata di attacchi con tro basi e ambasciate americane e, forse, contro i civili.