Non si sa se al governo siano più sprovveduti o più in malafede. Ad ogni modo, l’uscita del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari non è affatto stata una battuta né una gaffe comunicativa. A chi gli ha chiesto cosa voterebbe Vladimir Putin al referendum, Fazzolari ha risposto: “In Russia non c’è la separazione delle carriere, quindi probabilmente voterebbe no”. Poi ha provato a ridimensionare: “Una battuta in una chiacchierata informale con i cronisti”. E ha aggiunto di “spiacersi” perché la frase sarebbe stata travisata come: “Fazzolari paragona a Putin chi vota No”.
Altro che battuta o gaffe. Ciriani rilancia Fazzolari: “Chi vota no è come Putin”
Peccato che, a forza di smentite, sia arrivata la conferma che il “travisamento” era proprio il senso politico che intendevano far passare. A metterci il timbro è Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento: non solo non c’è nulla da correggere, ma quella di Fazzolari sarebbe “una battuta vera”. Ciriani ribadisce che in Russia la separazione delle carriere non esiste, mentre “nei Paesi democratici evoluti occidentali” sì, perché sarebbe un principio cardine: accusa e difesa su un piano paritario e un giudice “terzo”. E affonda: questo principio “non esiste in Italia”. In Russia non esisterebbe perché, sostiene, lì considerano pm e giudice “insieme” più aderente alla loro cultura. Quindi, conclude, lasciando “a chi ci ascolta” la scelta: sistema “stile russo” o “stile occidentale”.
Tajani prova a gettare acqua sul fuoco e accusa la Lega di impegnarsi poco per il Sì
Nel frattempo Antonio Tajani si sbraccia a gettare acqua sul fuoco, ma finisce per dire tutto e il contrario di tutto: “Che c’entra l’Ucraina col referendum, tutte battute”, sostiene, salvo poi rassicurare che “non si tratta di fare la guerra ai magistrati” e che il governo avrebbe “grande rispetto”. Il problema è che le parole degli altri dicasteri, a partire da Palazzo Chigi, vanno nella direzione opposta: buttare benzina, poi chiamarla ironia. Poi invito alla moderazione. Ma sul referendum cominciano a volare stracci a destra con Forza Italia di Tajani che, come ricostruisce la Repubblica, rimprovera alla Lega di non impegnarsi abbastanza per il Sì.
Gratteri finisce di nuovo nel mirino delle destre
L’altra polemica di giornata è ancora una volta sul procuratore di Napoli Nicola Gratteri. A spararla grossa è di nuovo il Guardasigilli Carlo Nordio: attacchi quasi quotidiani ai magistrati, e ieri anche l’accusa a Gratteri di non raccogliere l’invito al rispetto tra istituzioni arrivato dal Quirinale. “Siamo rammaricati per questa ennesima sterile polemica che non asseconda quel clima di pacatezza e razionalità giustamente invocato dal Presidente della Repubblica”, dice Nordio, commentando le parole di Gratteri sull’efficienza della giustizia.
Gli attacchi vengono da chi denigra quotidianamente le toghe
Curioso: chi alza la voce ogni giorno contro “i magistrati” si scopre improvvisamente paladino della pacatezza, purché l’altro stia zitto. Eppure Gratteri, incalzato su cosa fare concretamente, parla di interventi pratici: coprire le scoperture di organico e rivedere la geografia giudiziaria. Anziché riaprire tribunali, dice, bisognerebbe chiudere quelli piccoli che non funzionano: “ogni volta che si apre un ufficio giudiziario” si porta dietro un procuratore della Repubblica e una struttura amministrativa, mentre servirebbero accorpamenti e sinergie.
Cita anche la riapertura di Bassano del Grappa e avverte: con uffici frammentati “sempre più” si andrà in difficoltà. Poi il passaggio sulle riforme: se davvero si immagina, come nella proposta attribuita a Nordio, che un’ordinanza di custodia cautelare venga “fermata” da tre giudici, nei piccoli tribunali si creerebbero incompatibilità a catena. Il presidente del tribunale dovrebbe chiedere rinforzi, il vicino sarebbe nelle stesse condizioni, e il circuito vizioso finirebbe “come il cane che si morde la coda”.
“I giovani magistrati non vogliono più fare il Pm”
Infine l’avvertimento politico: tra i giovani magistrati “serpeggia” la preoccupazione; qualcuno pensa di non fare più il pm e chiedere di fare il giudice, temendo il futuro della figura del pubblico ministero in caso di vittoria del sì. “Nessuno crede” – insiste – che si modifichino “sette articoli della Costituzione” per “48 magistrati l’anno”; e, aggiunge, perfino i non addetti ai lavori non ci credono.
E torna sulla polemica nata dalle sue dichiarazioni su chi voterà sì: dopo aver chiarito, racconta, collegandosi “dalla cucina” di casa in una trasmissione successiva a un’intervista al Corriere della Calabria, ha visto “tutti i big dei sostenitori del sì” continuare “in malafede” a estrapolare un pezzettino per alimentare lo scontro. Così il governo si appella alla “pacatezza” evocata dal Colle, ma pratica l’opposto: delegittimazione quotidiana, propaganda e bersagli a rotazione.