L’ultima giravolta di Meloni: il proporzionale che osteggiava

Sulla legge elettorale Meloni ha cambiato idea. Prima era contro il proporzionale ora ce lo rifila. E si apre la battaglia a destra sulle preferenze

L’ultima giravolta di Meloni: il proporzionale che osteggiava

Giorgia Meloni continua a stupire per la disinvoltura con cui passa da una posizione all’altra: più che una linea politica, sembrano evoluzioni da parkour. Il 30 gennaio 2020, ai microfoni del Tg5, la premier commentava in questo modo l’ipotesi dell’introduzione del proporzionale in una delle mille proposte di riforma elettorale: “Io penso che chiunque oggi dovesse proporre un sistema proporzionale si assumerebbe di fronte alla storia la responsabilità di essere un nemico dell’Italia”. Il giorno dopo, il 31 gennaio, a DiMartedì su La7, incalzata da Marco Damilano, ribadiva: “Oggi chi sostiene il sistema proporzionale è nemico dell’Italia, della sua stabilità, del suo diritto a scegliersi un governo da parte dei cittadini”. Ora che è al governo la sua maggioranza ci rifila il proporzionale con premio.

Il rebus delle preferenze. FdI spinge, gli alleati frenano

La Lega e Forza Italia non le hanno mai amate; Fratelli d’Italia, invece, ora vuole ripristinarle. Nel testo della nuova riforma elettorale depositato giovedì in Parlamento, per ora, le preferenze non ci sono. Ma dentro il centrodestra è scontro per introdurle: FdI spinge, gli alleati frenano. E l’opposizione parla di una proposta cucita su misura dell’attuale maggioranza, più simile a una trattativa su collegi e candidature che a una riforma nell’interesse generale.

Da Fratelli d’Italia il messaggio è netto: “siamo pronti a miglioramenti” e “siamo da sempre favorevoli alle preferenze”. Giovanni Donzelli annuncia un emendamento e promette un confronto “con serenità e rispetto”. Tradotto: il testo così com’è non basta e FdI vuole riaprire la partita, anche per scaricare sugli alleati l’assenza delle preferenze e rivendicare la bandiera della “scelta”.

Forza Italia, al contrario, maneggia il tema con cautela.  Raffaele Nevi ricorda che se ne è discusso “con pro e contro” e che la coalizione ha deciso di non inserirle. Lascia uno spiraglio – “se qualcuno le riproporrà ne discuteremo” – ma avverte che, in alcune realtà segnate da vulnerabilità e criminalità organizzata, le preferenze possono diventare uno strumento delicatissimo, con effetti “sulla qualità della rappresentanza”. E sottolinea che dentro FI non c’è una posizione ideologica: segno che, nella maggioranza, ognuno misura i rischi a modo suo. La Lega, dal canto suo, resta sullo sfondo: fotografia di una coalizione che sulla legge elettorale non parla con una voce sola.

La protesta delle opposizioni contro la legge truffa

Il M5S, con Giuseppe Conte, alza il tiro: denuncia un “superpremio di maggioranza” che regalerebbe “oltre 100 parlamentari” a chi prende il 40% dei voti, una legge “super-truffa” pensata per evitare di perdere le elezioni. Se si votasse così e passasse anche il sì al referendum, sostiene, il governo di turno avrebbe un Parlamento “ben lontano dall’espressione popolare”, capace di orientare l’elezione del Presidente della Repubblica e degli organi di garanzia, oltre alle nomine nei nuovi Csm e nell’Alta Corte.

Per Conte il governo è “alla frutta” e, invece di occuparsi delle urgenze di famiglie e imprese, “ambisce a uno strapotere” per “mettersi al riparo dalle inchieste della magistratura”, invitando a dire no al referendum del 22 e 23 marzo.

Anche Avs parla di manipolazione. Angelo Bonelli ricorda che, con questa proposta, la legge elettorale verrebbe cambiata per la quinta volta dalla nascita della Repubblica e sarebbe la quarta modifica dal 1990: un “evidente tentativo” di orientare le prossime elezioni. E lega l’intervento elettorale al resto dell’agenda di Palazzo Chigi, dalla separazione delle carriere alla riforma della Corte dei Conti, fino al rischio di comprimere lo spazio di scelta dei cittadini. Il risultato è un’immagine poco edificante: mentre Meloni brandisce la stabilità come clava contro i “nemici dell’Italia”, la sua maggioranza mette in scena un regolamento di conti e un testo già “aperto” a correzioni. La stabilità invocata a parole diventa instabilità nei fatti; e il sospetto resta: più che migliorare la democrazia, si sta provando a renderla più conveniente per chi oggi governa.