I raid di Stati Uniti e Israele sull’Iran presentano il conto anche ai tanti italiani rimasti bloccati in Medio Oriente a causa delle rappresaglie di Teheran contro i Paesi arabi confinanti. Marco Giordano è uno dei nostri connazionali che attualmente si trova a Doha, in Qatar, in attesa di poter far ritorno in Italia.
Marco Giordano, può raccontarci dove si trova attualmente?
“Sì, mi trovo a Doha con la mia compagna. Siamo nella West Bay, all’interno dell’Andaz Hotel, e oltre a noi qui ci sono una trentina di italiani”.
Da quanto vi trovate lì?
“Guardi, io e la mia ragazza siamo qui dalla sera del 27, dopo aver fatto scalo rientrando da un viaggio in Thailandia. Il 28 saremmo dovuti ripartire per Roma ma, quando eravamo già all’interno dell’aeroplano, ci hanno comunicato che era scattata l’emergenza e che il volo era stato cancellato. Siamo rimasti in aeroporto per circa 24 ore, nella speranza di ripartire, ma poi ci hanno spostato in hotel per ragioni di sicurezza. Ci tengo a ringraziare Qatar Airways e l’Andaz Hotel, che ci hanno e ci stanno supportando al meglio delle loro possibilità, fornendoci pasti e assistenza. Fortunatamente oggi siamo riusciti a recuperare i bagagli, ma purtroppo la situazione resta pesante e abbiamo paura”.
Ci può descrivere la situazione che state vivendo?
“Da giorni viviamo nel terrore perché sentiamo forti boati. Il personale qatarino ci ha tranquillizzato dicendo che le esplosioni non sono vicine, ma la situazione è critica. La realtà è che siamo bloccati, con i voli cancellati e l’aeroporto completamente fermo. Fino a oggi non ero riuscito a contattare l’ambasciata, ma questa mattina ho parlato con un funzionario per avere delle informazioni e mi ha detto che al momento tutto è bloccato e dobbiamo attendere. Nessuno sa dirci quando riusciremo a tornare a casa. Successivamente mi ha contattato direttamente l’ambasciatore d’Italia in Qatar, che ci tengo a ringraziare, dicendomi che ci terrà informati sull’evolversi della situazione”.
Quali sono le misure di sicurezza che vi hanno dato e a cui dovete attenervi?
“Le nostre stanze sono al 13º piano di questo hotel, dove ci stanno trattando con i guanti, e siamo relativamente liberi di muoverci all’interno della struttura. Ma quando scatta l’allarme aereo ci fanno scendere nel grande parcheggio sotterraneo, dove hanno sistemato dei letti in cui chi non si sente sicuro nella propria stanza, come nel nostro caso, può fermarsi a dormire. Come immaginerà, negli ultimi tre giorni, a causa dei boati e della paura, facciamo non poca fatica a riposare”.
Avete avuto contatti con l’Italia?
“Sì, i nostri familiari sono sempre stati in contatto con Viaggiare Sicuri della Farnesina. Ho ricevuto da loro alcune email con informazioni su cosa fare e come comportarmi, ma per giorni, e fino a questa mattina, lo dico a titolo personale, non ero riuscito a parlare a voce con nessuno”.
Avete avuto qualche informazione su quando potreste tornare in Italia?
“No, purtroppo ancora non sappiamo nulla. Ci hanno detto che stanno lavorando e che sono in corso interlocuzioni internazionali, ma la situazione è complicata perché lo spazio aereo non è ancora sicuro. Ho provato a chiedere se potessero spostarci in qualche altra parte del Paese per poi partire, ma al momento questa possibilità non sembra esserci”.
Nei giorni scorsi il ministro Tajani ha rivolto un appello a chi si trova nelle aree a rischio a non affacciarsi dalle finestre per evitare di finire sotto il fuoco dei droni.
“Le dico soltanto che questo rischio non c’è, perché non abbiamo alcuna intenzione di affacciarci ed esporci. A dirla tutta, non usciamo mai dalla struttura se non per fumare una sigaretta o prendere una boccata d’aria. L’unica uscita che abbiamo fatto è stata qualche giorno fa per andare in un centro commerciale che si trova a 700 metri dall’hotel, per comprare alcuni indumenti perché, come le dicevo prima, fino a oggi non avevamo nemmeno ricevuto i bagagli”.
Vuole mandare un messaggio all’Italia?
“Sono un cittadino italiano e amo il mio Paese. Purtroppo mi trovo in una situazione di estrema difficoltà assieme a tante altre persone, e chiediamo soltanto una mano per tornare a casa”.