L’uomo qualunque sono io, nato nel 1955 ho avuto modo di vedere, di leggere, di approfondire e cercare di capire. Non è detto che ci sia riuscito ma certamente ho visto, più che vissuto, un Paese crescere tra le sue mille contraddizioni, la società cambiare, il mondo cambiare. Ed oggi lo osservo tornare a logiche ed equilibri che sembravano sepolti da tempo.
Diritti e conquiste
Abbiamo visto negli anni un mondo, dal dopoguerra in poi, dare segnali di cambiamento; abbiamo vissuto in un Paese che uscito distrutto da un conflitto drammatico ha cercato di ripartire, di rigenerarsi ed attraverso mille drammatiche contraddizioni cercare di rimettere al centro della chiesa la comunità. Abbiamo visto il terrorismo, di Stato o di parte, ma abbiamo anche visto importanti conquiste sociali e nel campo dei diritti. Lo Statuto dei lavoratori, la Legge di riforma del sistema sanitario, il divorzio, la legge sull’interruzione di gravidanza e tanto altro.
Abbiamo avuto, noi prima generazione non belligerante, la presunzione di pensare che in qualche modo il mondo si stesse aprendo ed abbiamo guardato alle politiche imperialiste, alla guerra fredda con l’indulgenza di chi preferiva pensare che Martin Luther King o Kennedy rappresentassero davvero una speranza di apertura nel futuro dell’umanità.
Abbiamo creduto nel Che ed in Castro e non abbiamo fatto i conti con l’ordalia del potere e decenni di embargo economico teso a fiaccare un popolo eroico, di Jan Palach rimane una statua. Abbiamo assistito alla rivoluzione industriale ma anche alla sua fine ed all’arrivo di nuove grandi trasformazioni che oggi giungono all’intelligenza artificiale ed a quello che verrà.
Un falso uno vale uno
Trasformazioni che, come è avvenuto nella rivoluzione industriale, porteranno grandi cambiamenti sociali che oggi si sommano al dramma delle migrazioni di massa aumentando il disagio e le fragilità in un mondo che non ha prodotto idee per affrontarle. Se la nascita delle catene di montaggio ha prodotto un falso “uno vale uno” non sappiamo cosa avverrà in un mondo in cui viene messo in discussione l’uno.
Avremmo avuto bisogno di un mondo che valorizzasse le capacità e ci siamo trovati in un mondo in cui chiunque poteva avvitare lo stesso bullone. Eravamo in un tunnel e pensavamo che la luce che vedevamo fosse il riflesso di un mondo nuovo, di un mondo più libero, più tollerante in cui, cittadini del mondo, potessero albergare sempre nuove idee. Non pensavamo che quella luce potesse essere quella del bagliore di missili ipersonici.
Ci siamo sicuramente illusi. Sì, abbiamo combattuto ognuno per la sua parte. Sì, ci siamo crogiolati nell’idea che indietro non si poteva tornare e che pur tra mille problemi e sofferenze la comunità sarebbe stata il punto di riferimento nel futuro.
La sindrome di John Wa
Non avremmo pensato allora che il mondo si sarebbe consumato in conflitti che non interessano popoli ma consigli d’amministrazione governati, ma forse è sempre avvenuto, solo da mercati finanziari e mercanti di basso livello. Ha ragione Michele Serra quando dice che gli americani sono un popolo fortunato che… trova sempre petrolio dove esporta democrazia ed aveva ragione il mio Prof quando diceva che non hanno mai superato la “sindrome di John Wayne”.
Ma questi pensieri in ordine sparso sono solo il prologo per capire cosa sia oggi il mio Paese e quali valori, quali idealità possa e voglia esprimere. In un’epoca in cui la politica, quella vera, ha perso ogni idealità ed anzi chi ha ancora valori ideali viene considerato un vecchio rottame non ci si può stupire del grande circo commerciale che sta infiammando il mondo.
Un’Europa debole, economicamente e soprattutto politicamente, non fa altro che guardare genuflessa quello che avviene nel mondo. Aspetta. Aspetta con inutile silenzio le decisioni che altri prendono, decisioni che nuovi barbari prendono, per poi decidere di accodarsi senza nemmeno avere la dignità di una presa di posizione umana ed umanitaria.
Fuori dal coro
Poche le voci che si distinguono in un coro afono sommerso dalle voci di nuovi e vecchi nazionalismi che trovano consenso nella fragilità sociale e nella incapacità della politica di far coesistere le grandi tragedie di questo nuovo secolo. Una partita muscolare che rimettendo al centro la regola del più forte pensa di rendere meno insicuri quelli che forti non sono mai stati.
Una guerra tra popoli? No guerre tra realtà economiche e finanziarie sulla pelle dei popoli condotte da banditi che sono esattamente facce di una stessa medaglia. Le autarchie religiose e l’oppressione dei diritti, della tolleranza, della libertà sono state combattute da giovani in tutto il mondo. Giovani però che oggi si trovano a far fronte alla fine del sogno. Sogni distrutti da psicolabili quali Trump, Musk e quel branco di mercanti che stanno mettendo le mani sul mondo e non parlo di Netanyahu perché ho fastidio solo a pensarlo. Il sionismo e l’America, l’America ed il sionismo un binomio aberrante che vuol costruire un futuro sul sangue dei bambini di Gaza.
Ultima chiamata
Non so se abbiamo una speranza. La speranza sono i giovani. Giovani che non devono rinunciare alle battaglie per i loro diritti, giovani che non debbono smettere di volere un mondo largo, aperto alle idee, aperto alla tolleranza e devono pretendere dalla politica atteggiamenti seri e non servili che mettano davvero i cittadini al centro. Cittadini che vivono fragilità, disagio sociale, insicurezze economiche ed ormai anche quotidiane e di cui chiedere con forza una grande partecipazione. Minore sarà la partecipazione maggiore sarà lo spazio per i barbari. Sono solo strampalate osservazioni di un uomo qualunque.