Prendete la capitale della Colombia, Bogotà. O Shantou, città-prefettura della Cina nella provincia del Guangdong. Entrambe contano, all’incirca, 12,5 milioni di abitanti. Tanti quanti gli individui che in Italia non studiano né lavorano: i cosiddetti inattivi. Proprio così. Ieri l’Istat ha diffuso i nuovi dati su occupati e disoccupati, relativi a gennaio di quest’anno. In una delle dettagliate tabelle che accompagnano il documento è scritta nero su bianco la cifra degli scoraggiati. Una cifra monstre: 12.594.000 unità (33,9%).
Se in termini congiunturali (dicembre 2025-gennaio 2026) l’aumento è stato di “sole” 35mila persone, è la variazione tendenziale a far strabuzzare gli occhi. Fra gennaio 2025 e gennaio 2026, difatti, gli inattivi hanno fatto registrare una crescita di 322mila unità. Quasi 5 volte in più del tanto sbandierato incremento degli occupati, +70mila nell’anno solare. Ma siccome al peggio non c’è mai fine, ecco che, analizzando ancor più in dettaglio i numeri, si scopre che sempre nello stesso arco temporale la diminuzione dei disoccupati (-384mila) altro non è che un effetto ottico: quasi tutti, per l’appunto, sono andati a ingrossare le file dell’inattività. E, come noto, quando questa cresce automaticamente cala la disoccupazione.
Si spiega (anche) così il fatto che il tasso di senza lavoro sia oggi al minimo storico. In tale contesto, chi governa dovrebbe evitare i facili entusiasmi e aprire una profonda riflessione per capire cosa non funziona, qual è il motivo che vede un contingente pari a quasi due volte i militari in servizio nelle nostre Forze Armate a smettere persino di cercare un’occupazione. Invece niente. Neanche i 5,4 miliardi di euro messi a disposizione dal Pnrr per migliorare le politiche attive del lavoro sembrano essere riusciti a invertire la rotta, prova ne è il fatto che l’89,6% delle donne inattive e l’85,4% degli uomini sono rimasti fuori dal mercato del lavoro.
Anche su questo bisognerebbe interrogarsi: silenzio di tomba. La sostanza è che, conclusa la pandemia, sempre più cittadini sono rimasti intrappolati in un meccanismo da cui una volta entrati è praticamente impossibile uscire. Come spesso capita, anche qui a pagare il prezzo più alto sono le donne, che rappresentano il 43% del totale degli inattivi (7.946.000), e i giovani: su 12 milioni, ha sentenziato un report recentemente diffuso da Cnel e Unioncamere con oggetto il mismatch fra domanda e offerta di lavoro in Italia, oltre la metà (6,1 milioni) sono inattivi e “solo” 5,2 milioni sono occupati. Cosa stiamo aspettando?