Nel giorno della Festa dei lavoratori, simbolo delle rivendicazioni e delle conquiste operaie, si impone, inevitabile, un sincero dispiacere. Questo affonda le proprie radici nelle stranianti reazioni di giubilo con cui le principali sigle sindacali e datoriali del nostro Paese – con sparute eccezioni – hanno accolto il varo dell’ennesimo decreto Lavoro, licenziato martedì dal Cdm. Reazioni perlopiù figlie di una pervicace difesa di alcune incrostate rendite di posizione, volte, nel caso specifico, ad allontanare con decisione qualsiasi confronto su uno strumento ormai diffuso in gran parte d’Europa: il salario minimo.
È una decisione che, stante l’attuale scenario nazionale e internazionale, è francamente sorprendente, soprattutto se si guarda a ciò che avviene nel resto d’Europa. In 22 Paesi dell’Unione su 27, difatti, il salario minimo esiste da tempo (la Germania l’ha introdotto nel 2015, l’ultimo a farlo è stato Cipro nel 2023), dimostrando di poter convivere con la contrattazione collettiva senza produrre quegli effetti negativi che una certa narrazione continua a evocare. Al contrario, si è dimostrato un elemento utile per rafforzare la funzione di tutela dei lavoratori più deboli, e perciò maggiormente esposti alle crisi. Il provvedimento del governo, invece, introduce il concetto – a dir poco ambiguo – di “salario giusto”. Ma “giusto” per chi? La domanda sorge spontanea, soprattutto perché, proprio mentre l’Istat ribadisce che tra il primo trimestre 2021 e il quarto del 2025 le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8% in termini reali, con questo decreto i lavoratori non vedranno alcun miglioramento concreto delle proprie buste paga.
Non un euro del miliardo stanziato finirà direttamente nelle loro tasche, in quanto le risorse saranno assorbite interamente dalla proroga di alcuni bonus (giovani, donne, Zes). Eppure, l’esperienza di altri Paesi dimostra che riconoscere i limiti dell’attuale sistema non significa indebolire la contrattazione, che resta – è bene ribadirlo a scanso di equivoci – un perno fondamentale per regolare il sistema delle relazioni industriali, ma anzi renderla più forte. Il fatto che, da sola, questa non sia più sufficiente a garantire una protezione adeguata a chi lavora (alcuni dei Ccnl “legittimati” dalla misura prevedono minimi salariali inferiori a 9 euro l’ora) è francamente evidente. Le pronunce della magistratura lo dimostrano. Prenderne atto dovrebbe essere un segno di maturità delle parti sociali, ma ciò non avviene. Così è difficile immaginare che l’Italia possa uscire dalle secche in cui è incagliata da troppo tempo.