Invece che all’aggredito, come accaduto con l’Ucraina, invieremo armi agli alleati dell’aggressore (gli Stati Uniti e Israele) nel Golfo Persico per difendersi dalla reazione dell’aggredito (l’Iran). Come se negli ultimi quattro anni, anziché all’Ucraina, avessimo spedito bombe, missili e munizioni alla Russia per difendersi dalla reazione di Kiev dopo l’invasione dell’armata rossa.
È la linea del governo, certificata dalla risoluzione di maggioranza approvata ieri dal Parlamento, che autorizza pure gli Usa ad utilizzare le basi militari sul territorio italiano (per rifornimento, logistica e sorveglianza) entro i limiti imposti dai trattati internazionali. Ma pur sempre a supporto dell’operazione militare che il ministro della Difesa Guido Crosetto, reduce dalla rocambolesca vacanza a Dubai, spedito in Aula insieme al collega Antonio Tajani dalla presidente del Consiglio in fuga dal Parlamento, non si sa se volutamente o per un lapsus, ha definito senza mezzi termini “al di fuori delle regole del diritto internazionale”.
Mentre la premier ha preferito il solito monologo (in radio) piuttosto che affrontare le opposizioni a viso aperto alle Camere. Assicurando che “non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra”, nonostante il voto parlamentare di ieri ci avvicini pericolosamente ad un conflitto dagli esiti sempre più incerti. Anche se al momento, ha aggiunto, “non c’è nessuna richiesta” da parte Usa per un utilizzo bellico delle basi. Poi è tornata a menare sulle toghe per spingere il Sì (ormai superato dai No secondo diversi sondaggi) al referendum. E da RadioMeloni è tutto.