Beatrice Venezi chiama da Los Angeles con la serenità di chi ha già perso tutto e sa esattamente di chi è la colpa. «Se tornassi indietro non cederei alla richiesta insistente di Meloni di suonare a un convegno di FdI», dice al Corriere della Sera. «Sono stata fatta carne da macello, nessuno mi ha tutelata». La direttrice d’orchestra, defenestrata il 27 aprile 2026 dalla Fondazione Teatro La Fenice con un’e-mail del sovrintendente Nicola Colabianchi, offre la mappa di un abbandono che in questo governo ha già una logica consolidata. È la storia di un simbolo esaurito.
La meccanica è sempre la stessa. Prima il riconoscimento: Venezi riceve dalle mani di Federico Mollicone (Fratelli d’Italia), presidente della commissione Cultura alla Camera, il premio Atreju 2021. Nel novembre 2022 l’allora ministro Gennaro Sangiuliano la nomina consigliera per la Musica. Meloni definisce le sue parole sulla cultura identitaria «orgogliose e coraggiose». A marzo 2025 figura tra i relatori di «Spazio Cultura», la due giorni di FdI a Firenze, sul palco accanto a Mollicone e al sottosegretario Gianmarco Mazzi. Poi, quando il licenziamento diventa imbarazzante, il ministro Alessandro Giuli certifica l’abbandono: la decisione è «insindacabile, pur condivisa appieno». Il governo prende le distanze e al tempo stesso le sposa.
Pantheon usa e getta
Venezi ha una lucidità che le fa onore: «Questa destra aveva bisogno della mia faccia pulita e mi ha utilizzata e poi buttata via». Descrive il modo in cui questo governo ha sempre inteso la cultura: un arsenale di simboli da agitare nella guerra all’egemonia immaginaria della sinistra, da riporre nello sgabuzzino quando diventano scomodi.
Il caso Venezi non è il primo. Vittorio Sgarbi, nominato sottosegretario alla Cultura come bandiera dell’anticonformismo di destra, lascia l’incarico nel febbraio 2024 dopo che l’Antitrust giudica incompatibili le sue attività esterne. Il governo osserva senza intervenire. Poi tocca allo stesso Sangiuliano, demolizionista in carica dell’«egemonia culturale della sinistra»: le dimissioni arrivano il 6 settembre 2024, quando la storia con l’imprenditrice Maria Rosaria Boccia travolge ogni argine. Meloni lo ringrazia per «lo straordinario lavoro svolto» e lo sostituisce con Giuli, lo stesso che oggi condivide il licenziamento di Venezi.
La grammatica del simbolo
L’ossessione per l’egemonia gramsciana, storpiata fino all’irriconoscibilità, ha prodotto una politica culturale che assomiglia a una gestione di palinsesto: si mettono in onda certi volti e si tolgono dall’aria quando gli ascolti calano. Venezi lo dice con franchezza: «Perché il governo non mi ha difesa? Perché io non ho tessere e non sono funzionale». La parola «funzionale» è la più precisa di tutta l’intervista. La cultura, in questa visione, non ha autonomia: è funzionale o non è.
Il meccanismo non si ferma alla cultura. Daniela Santanchè, ministra del Turismo e simbolo della fedeltà identitaria al melonismo, viene difesa per tre anni contro ogni mozione di sfiducia. Poi, il 25 marzo 2026, Meloni le chiede le dimissioni via comunicato pubblico. Santanchè si adegua con una lettera in cui scrive «obbedisco» e aggiunge di essere «abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri». Tre anni di scudo, poi un comunicato. La fedeltà non è mai stata un investimento: è una cambiale con scadenza mobile.
Nella stessa mattinata del licenziamento, Giuli interviene in diretta da Fiorello su Radio 2 e promette che, se il ministero riuscirà ad acquistare il Teatro delle Vittorie, «nominerò Beatrice Venezi alla direzione». Il cerchio si chiude? Scaricata dalla Fenice via e-mail, riciclata come pedina su un palco radiofonico poche ore dopo? Si vedrà. Di sicuro, per ora, c’è che l’avvocato di Venezi sta già valutando la causa contro la Fondazione.