È sempre più imbarazzante la posizione di Giorgia Meloni sul conflitto che sta divampando in Iran, frutto dei raid dei suoi amici-alleati Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Ancora una volta la premier si guarda bene dal condannare l’offensiva americana e israeliana e continua a condannare solo la rappresaglia. Ieri una nota di Palazzo Chigi ha informato che Meloni ha avuto una conversazione telefonica con il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, nel corso della quale “ha prima di tutto espresso la sua solidarietà e vicinanza alla Turchia, partner strategico dell’Italia e alleato Nato, a fronte dell’ingiustificabile attacco missilistico di cui è stata oggetto”.
Poi si è rifugiata sui social per tentare di rassicurare un’opinione pubblica sempre più preoccupata: “Continuiamo a seguire con la massima attenzione gli sviluppi della crisi in Medio Oriente. Il Governo italiano è al lavoro senza sosta, in contatto con i nostri alleati e con i partner della regione, per monitorare la situazione e tutelare la sicurezza dei cittadini italiani”, ha detto la premier, spiegando che “la priorità è proteggere i nostri connazionali e lavorare, insieme ai nostri principali partner e alleati, per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un ritorno alla diplomazia e al dialogo tra le parti”.
Meloni alle Camere l’11 marzo secondo le sue convenienze
Meloni scrive poi che “come concordato con il Parlamento, nei prossimi giorni sarò anche in Aula per riferire alle Camere”. Meloni sarà in Parlamento l’11 marzo. Una decisione fortemente contestata dalle opposizioni, che la giudicano in ritardo rispetto all’urgenza di riferire sull’Iran e in clamoroso anticipo rispetto alle comunicazioni del Consiglio europeo del 18 marzo. “Che Meloni provi a mettere insieme l’11 e il 18 fa sorgere un solo sospetto, ossia che nella settimana del referendum non voglia dibattiti in Aula. È preoccupata non per il Paese, non per l’Iran, ma per il referendum”, ha detto il senatore dem Francesco Boccia.
Politico: premier in difficoltà tra Trump e l’opinione pubblica
Ad avallare questa chiave di lettura è l’edizione europea di Politico. I raid aerei di Trump sull’Iran, si legge in un’analisi di Politico, stanno creando un problema per Meloni in vista di un referendum ad alta posta in gioco, ovvero quello sulla giustizia del 22-23 marzo, che rischia di trasformarsi in un test di fiducia per il governo. La stretta relazione di Meloni con Trump rappresenta un elemento delicato sul piano interno, poiché il presidente statunitense è impopolare in Italia e nessuno è favorevole al coinvolgimento in qualsivoglia conflitto.
La guerra sta poi aggravando i timori diffusi per uno shock dei prezzi dell’energia, un fattore importante in un Paese che già paga alcuni dei prezzi più alti dell’Ue. In questo contesto la premier sta cercando un equilibrio tra il mantenimento dell’alleanza con Washington e la rassicurazione dell’opinione pubblica italiana sul fatto che il Paese non verrà coinvolto nel conflitto. Rassicurazioni che però cozzano con l’orizzonte degli impegni che il nostro Paese sta già assumendo tra aiuti ai Paesi del Golfo e quelli a Cipro.
Meloni dice di non voler entrare in guerra ma si coordina militarmente con i leader Ue
Lavorare insieme per “la diplomazia e il coordinamento militare” in risposta all’escalation bellica innescata in Medio Oriente dagli attacchi di Usa e Israele all’Iran e dalla risposta di Teheran: è quanto hanno concordato in una telefonata a quattro i leader di Italia, Regno Unito, Germania e Francia, Meloni, Keir Starmer, Friedrich Merz ed Emmanuel Macron, come riferisce Downing Street. Diplomazia e coordinamento militare, dunque, mentre Meloni insiste contemporaneamente sul fatto che l’Italia non ha alcuna voglia di entrare in guerra e che le basi statunitensi in Italia sono autorizzate solo a offrire supporto logistico, non a condurre operazioni offensive. E che, se arrivasse una richiesta in tal senso, deciderà il governo assieme al Parlamento.
Opposizioni in trincea le rinfacciano la sottomissione di Meloni agli Usa
Un difficile esercizio di equilibrio per non inimicarsi Trump e per non irritare l’opinione pubblica in vista, appunto, della consultazione referendaria di marzo. Consapevole del pericolo rappresentato dall’impennata dei prezzi dell’energia, Meloni martedì ha convocato i leader energetici nel suo ufficio per colloqui sulla sicurezza energetica. E ha detto alla radio Rtl 102.5 che il suo governo sta “lavorando incessantemente” sull’aumento dei prezzi del cibo e dell’energia.
Le opposizioni affondano, rinfacciandole la sua sottomissione agli Stati Uniti. Secondo l’analista Leo Goretti dell’Istituto Affari Internazionali, citato da Politico, Meloni mantiene un profilo prudente per non compromettere i rapporti con gli Stati Uniti senza alienarsi l’opinione pubblica interna. Una posizione che non fa altro che confermare la sua ambiguità.