Svendita delle sedi Rai, in campo Fiorello e la presidente della Vigilianza, Floridia: “Interrogazioni a Giorgetti e Giuli per salvare il patrimonio della tv pubblica”

"Un patrimonio del genere non può essere privatizzato né è nelle disponibilità dei dirigenti Rai", dice la presidente della Vigilanza

Svendita delle sedi Rai, in campo Fiorello e la presidente della Vigilianza, Floridia: “Interrogazioni a Giorgetti e Giuli per salvare il patrimonio della tv pubblica”

Un “no” secco alla (s)vendita dei gioielli di famiglia della Rai. È quello che arriva dalla presidente della commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia. La senatrice 5s, che in questa battaglia è affiancata dallo showman Fiorello, ha annunciato che presenterà due interrogazioni al governo per farsi spiegare come possono i vertici di TeleMeloni arrogarsi il diritto di alienare impunemente tesori senza prezzo come Palazzo Labia a Venezia, la sede Rai sul Canal Grande, che vanta al suo interno un ciclo unico di affreschi del Tiepolo… In nome di un piano di alienazioni immobiliari che, oltretutto, non è mai stato discusso in Vigilanza.

Presidente, grazie anche agli interventi di Fiorello, in molti stanno protestando contro la vendita del Teatro delle Vittorie di Roma. Tuttavia quella appare la punta dell’iceberg di un piano di alienazioni immobiliari varato dai vertici di Viale Mazzini, che sta vendendo i “gioielli di famiglia”…
Oltre a Fiorello ricordo tra gli altri anche Renzo Arbore, Stefano De martino e Vincenzo Mollica. Tutti megafoni di un allarme che investe la società civile, la comunità artistica e televisiva. Governo e azienda non possono girarsi dall’altra parte. Sto depositando due interrogazioni rivolte ai ministri Alessandro Giuli e Giancarlo Giorgetti per chiedergli ufficialmente di intervenire e di salvare il patrimonio Rai, che non è un patrimonio nella disponibilità dei dirigenti, ma è degli italiani.

Non crede che le sedi di Palazzo Labia, con i suoi affreschi del Tiepolo oppure la sede di Milano disegnata da Giò Ponti, meritino una tutela speciale, in quanto beni del popolo italiano? Come si fa a dare un prezzo a un’opera unica come il ciclo di affreschi custodito dal palazzo veneziano?
Guardi, non sono io a dirlo ma se esiste un vincolo delle Belle Arti un motivo ci sarà. Io credo che un patrimonio del genere non possa essere privatizzato, e che si debba fare qualsiasi tentativo per preservare la dimensione pubblica di questi beni, che non significa semplice conservazione, ma mettere in campo una vera operazione di rilancio.

Il ministro Giuli, intervenuto oggi (ieri, ndr) alla trasmissione di Fiorello, aveva fatto balenare l’ipotesi – tra il serio e il faceto – che lo Stato possa rilevare il Teatro delle Vittorie per “realizzare un grande Teatro Sinfonico”. Lei presidente lo ha incalzato, ricordando a Giuli che la questione è seria e che un ministro deve essere chiaro nelle sue intenzioni e non può cavarsela con una battuta… Poi cosa è successo, vi siete sentiti? E cosa vi siete detti?
Sì, mi ha chiamato per rassicurarmi sul fatto che il suo ministero si è attivato per preservare la dimensione pubblica dei pezzi più pregiati del patrimonio immobiliare della Rai. Si è anche detto disponibile a venire a discuterne in vigilanza non appena avrà il quadro completo della situazione. Io l’ho ringraziato e ho confermato la piena volontà di collaborare su questo tema. Ci siamo detti che l’obiettivo comune resta quello di tutelare il servizio pubblico e il suo patrimonio, che era e deve restare l’ossatura del Servizio Pubblico e un patrimonio degli italiani.

Non trova singolare che il piano di alienazioni immobiliari non sia mai stato discusso in  Commissione di Vigilanza, perché?
In vigilanza non si discute nulla da più di un anno perché la maggioranza la tiene in ostaggio, facendo mancare sempre il numero legale. Vorrebbero imporre alla presidenza della Rai un nome che le opposizioni hanno rifiutato, non per la persona ma per il metodo usato. Ora però visto che parliamo di beni pubblici che appartengono a tutti gli italiani e che si vogliono vendere per fare cassa, mi aspetto un atto di responsabilità e che le forze di maggioranza ci consentano di discutere questo piano.

La Rai si è detta pronta ad affittare per anni 5 sedi sulle 15 messe in vendita… Non trova piuttosto miope vendere immobili che poi si riaffitteranno?
Trovo miopi molti aspetti di questa vicenda. Questo è uno di quelli. Ci tengo però a ringraziare le lavoratrici e i lavoratori della Rai che mi stanno facendo arrivare sostegno e condivisione in questa battaglia. E un ringraziamento speciale va ovviamente al mio conterraneo Fiorello. Vorrei che la mobilitazione che sta nascendo su questo tema si espandesse sempre di più tra i volti noti legati a quei luoghi, perché questo darebbe linfa alla nostra battaglia comune e farebbe aumentare le chance di far tornare sui loro passi l’azienda e il governo.

Ma poi, ha capito a cosa serviranno qui soldi?
No. Ma vedendo alcuni sprechi di questi anni, tipo spese a troppi zeri per programmi e conduttori da risultati scarsi o impegnati pochi minuti al giorno, non sono affatto tranquilla.

A che punto siamo col Freedom Act?
A un punto morto. Da ottobre dell’anno scorso attendiamo da Giorgetti la relazione necessaria alla commissione bilancio per esprimere un parere sul testo. Uno stallo che evidentemente non è tecnico, ma politico. La sanzione europea incombe ma è tutto bloccato. Forse ci sono troppi veti incrociati nella maggioranza. Non vedo l’ora che una vera riforma possa farla un governo progressista. Ma dobbiamo andare molto oltre il tema della semplice nomina dei vertici. Lo sa ad esempio per la prima volta nella sua storia, la BBC avrà un AD proveniente da Google e non dall’editoria o dal giornalismo tradizionale? È una svolta su cui anche in Italia è necessario riflettere. Dobbiamo guardare a nuovi modelli. Per esempio, bisogna investire di più e meglio su RaiPlay. Serve una trasformazione decisa in una vera digital media company. Oggi, però, sembrano mancare competenze e visione adeguate. Occorre ripensare modelli, linguaggi e distribuzione. In prospettiva, sarebbe cruciale costruire un ecosistema europeo condiviso. Un sistema digitale pubblico basato su piattaforme e algoritmi trasparenti, orientati all’interesse collettivo. Di questo dovremmo parlare, non della vendita dei gioielli di famiglia.