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Paradosso smart working: così l’Italia adesso torna al passato

Sei anni fa, con il lockdown, lo smart working ha garantito la continuità di interi settori produttivi. Ma oggi l'Italia torna indietro.

Paradosso smart working: così l’Italia adesso torna al passato

Sei anni fa, di questi tempi, l’Italia entrava in lockdown. Lo smart working è stato uno dei simboli di quella stagione. Nel momento di massima emergenza, ha garantito la continuità di interi settori produttivi, permettendo alle imprese di funzionare e alla Pa di restare operativa. Eppure a distanza di pochi anni il nostro Paese sembra aver innestato la retromarcia, anche a causa del disinteresse del governo per il tema. Nel settore privato il caso più clamoroso è quello di Stellantis, che, per bocca del suo Ceo Antonio Filosa, ha annunciato l’abolizione del lavoro agile dal 2027. Ma il fenomeno riguarda anche il pubblico. Palazzo Chigi ha recentemente deciso di ridurre da due a uno i giorni settimanali di lavoro agile per i suoi dipendenti, provocando le proteste dei sindacati che hanno proclamato uno sciopero.

I numeri confermano che non si tratta di episodi isolati. Secondo l’Istat, tra il 2021 e il 2023 la quota di occupati che ha lavorato almeno un giorno in modalità agile è scesa dal 15,1% al 13,8%. Una flessione non enorme ma significativa, soprattutto se letta nel contesto europeo. Sempre nel 2023, ha rilevato Eurostat, solo il 5,9% dei lavoratori italiani ha svolto almeno metà delle giornate in smart working contro una media Ue del 9,1%. Insomma, l’Italia arretra proprio mentre altrove il lavoro flessibile si consolida. Basta guardare fuori dai confini europei. In Australia, nello stato di Victoria guidato dalla laburista Jacinta Allan, il governo ha proposto di rendere “obbligatorio” il lavoro da remoto per due giorni a settimana. L’obiettivo non è solo migliorare la qualità della vita dei dipendenti, ma anche ridurre traffico ed emissioni.

Il paradosso italiano è evidente. Lo smart working ha dimostrato di poter funzionare, almeno in molti settori; tuttavia, continua a essere trattato come una concessione emergenziale più che come una leva strutturale di modernizzazione. La sensazione – purtroppo – è che dietro il ritorno in presenza ci sia una cultura manageriale ancora legata al controllo e non alla misurazione dei risultati. Il contrario di quanto teorizzato nel libro ‘In difesa dello smart working’ (Castelvecchi) dal responsabile della Direzione centrale relazioni internazionali dell’Inps, Giuseppe Conte, secondo cui “fare smart working davvero significa andare oltre il concetto di flessibilità nello svolgimento di mansioni date, bensì lavorare sull’attitudine e i comportamenti delle persone promuovendo un pieno engagement di lavoratori con attitudine all’innovazione e alla creatività”. Touché.