Pensioni 2027, l’Inps conferma un mese in più: scatta l’automatismo senza nemmeno un voto

L'Inps conferma l'aumento automatico dei requisiti delle pensioni: per vecchiaia e anticipata si lavora più a lungo, senza che nessuno voti.

Pensioni 2027, l’Inps conferma un mese in più: scatta l’automatismo senza nemmeno un voto

67 anni e un mese. Non è un dettaglio burocratico. È la distanza tra una promessa e il suo contrario. L’INPS ha confermato con la circolare n. 28 del 16 marzo 2026 quello che la Cgil denunciava da mesi: dal 2027 per andare in pensione di vecchiaia servirà avere compiuto 67 anni e un mese di età. Dal 2028 i mesi in più saranno tre. Tutto scritto nella legge di bilancio per il 2026, tutto agganciato al meccanismo automatico di adeguamento dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita: un meccanismo silenzioso, già dentro la legge, già dentro il futuro di chi lavora.

Il meccanismo di adeguamento alla speranza di vita non nasce oggi. Lo ha introdotto il governo Berlusconi nel 2010, lo ha perfezionato la riforma Monti-Fornero nel 2011, e da allora funziona da solo, con scatti biennali che non richiedono un voto parlamentare riconoscibile. Il decreto direttoriale del 19 dicembre 2025 aveva fissato un aumento di tre mesi già dal 1° gennaio 2027. La legge di bilancio 2026 del governo Meloni lo ha diluito: un mese nel 2027, i restanti due nel 2028. Una mediazione che il governo ha presentato come tutela sociale. Solo che il meccanismo non è stato bloccato, non è stato riformato, e il prossimo governo erediterà una traiettoria già scritta.

Il paradosso dell’Ape sociale

L’Ape sociale, la misura che consente ai lavoratori più fragili di uscire anticipatamente accompagnandoli fino alla pensione, ha una durata massima di quattro anni. Chi è uscito nel 2023 a 63 anni, contando di arrivare alla pensione nel 2027 a 67 anni, si ritrova davanti a un calcolo che non torna. Il requisito è salito a 67 anni e un mese. L’Ape sociale è finita. La pensione non è ancora iniziata. In mezzo c’è un mese senza reddito da lavoro, senza assegno, senza pensione: di fatto un vuoto, prodotto dall’incrocio automatico tra due norme che nessuno si è fermato a verificare. La platea colpita non è quella dei privilegiati: sono i disoccupati, le persone con invalidità almeno pari al 74%, i caregiver, i lavoratori in attività gravose. Quelli che l’Ape sociale era nata per tutelare.

Ezio Cigna, responsabile previdenziale della Cgil nazionale, ha definito gli incrementi «l’ennesima dimostrazione di una tendenza ormai strutturale»: le categorie escluse dagli incrementi sono «una quota estremamente ridotta, che non raggiunge nemmeno l’1% di chi oggi lavora». Uno su cento. Questo è lo scudo reale dietro cui il governo si ripara quando parla di eccezioni e lavoratori tutelati. Il restante 99% va avanti, un mese alla volta, verso un traguardo che si sposta con cadenza biennale.

Pensioni, chi paga il meccanismo

Il problema non è solo il 2027 o il 2028. È l’architettura. La Ragioneria generale dello Stato ha già pubblicato le proiezioni sui requisiti pensionistici dal 2029 in avanti: incrementi progressivi e biennali, agganciati all’aspettativa di vita. Un automatismo che non richiede voti parlamentari, non richiede dibattito, non richiede un atto riconoscibile. E qui va detto quello che le comunicazioni istituzionali comprimono: l’aspettativa di vita non è un parametro neutro. Chi ha lavorato trent’anni in un cantiere non ha la stessa aspettativa di vita di chi ha lavorato trent’anni in uno studio. Aggiungere mesi di requisito su carriere già fragili non è una correzione tecnica: è una penalizzazione che pesa di più dove il sistema è già più debole.

C’è poi la questione degli esodati, lezione già imparata in questo paese e già dimenticata. Chi è uscito tramite isopensione o fondi di solidarietà, con un piano concordato, rischia di non maturare la pensione nei tempi stabiliti perché il meccanismo ha spostato il traguardo. Un tavolo al ministero del Lavoro era previsto per oggi, 18 marzo 2026. Nessun impegno concreto era stato comunicato al momento della diffusione della circolare INPS. Il governo convocava una riunione per discutere delle conseguenze di una norma che non ha intenzione di toccare.

67 anni e un mese. Il numero con cui si è aperta questa storia è anche il numero con cui si chiude. Solo che adesso è più chiaro cosa contiene: un mese di vuoto per chi è già fuori dal lavoro, un automatismo che nessuno ha votato ma che continua a girare, e un governo che convoca tavoli per gestire i danni di scelte che non ha il coraggio di riconoscere come proprie.