Prima incendia il Medio Oriente, poi minaccia. Trump non sa come chiudere la guerra e spaventa gli alleati: “Valuto di lasciare a voi la sicurezza nello Stretto di Hormuz”

Prima incendia il Medio Oriente, poi minaccia. Trump avverte gli alleati Ue: "Potrei lasciare a voi la risoluzione della crisi a Hormuz”

Prima incendia il Medio Oriente, poi minaccia. Trump non sa come chiudere la guerra e spaventa gli alleati: “Valuto di lasciare a voi la sicurezza nello Stretto di Hormuz”

Dopo essere stato letteralmente trascinato in guerra da Benjamin Netanyahu e ormai rimasto solo, con gli alleati europei che hanno risposto picche alle sue continue richieste di intervenire militarmente contro l’Iran, Donald Trump non sa più come tirarsi fuori dal conflitto. Così, dopo 20 giorni di guerra con cui ha incendiato il Medio Oriente, il tycoon apre alla possibilità, shock, di mollare tutto e scaricare ogni tensione sull’Unione europea.

“Mi chiedo cosa succederebbe se eliminassimo ciò che resta dello Stato terrorista iraniano e lasciassimo che i Paesi che lo utilizzano, noi no, si assumessero la responsabilità della cosiddetta “strategia”?”, ha scritto Trump sul social Truth.

Il riferimento è a quei Paesi – soprattutto Cina e Giappone, primi importatori del greggio di Teheran, ma anche l’Ue, che ne fa largo uso – che, secondo lui, dovrebbero muoversi per ricomporre i cocci che lui stesso ha creato, con lo Stretto di Hormuz ancora paralizzato e i missili iraniani che colpiscono gli impianti petroliferi dei Paesi arabi, scatenando una crisi energetica globale.

Trump furioso

A chiarire ulteriormente la minaccia è stato lo stesso Trump che, poco dopo, ha aggiunto che passare la responsabilità di ristabilire l’ordine a tali Paesi “li farebbe muovere in fretta”, aggiungendo che a farlo sarebbero anche “i nostri “alleati” che ora non reagiscono!!!”.

Una boutade? Probabilmente sì. Questo perché chiamarsi fuori dal conflitto in modo improvviso, con il regime degli ayatollah ancora al potere in Iran, si tradurrebbe in una sconfitta che il tycoon non può permettersi con le elezioni di midterm all’orizzonte. Ma con Trump, come ha già dimostrato infinite volte, non si può mai stare tranquilli.

Le navi bloccate nello Stretto di Hormuz

Quel che è certo è che, dopo 20 giorni di bombardamenti a tappeto contro il regime di Teheran, il Medio Oriente è nel caos più totale. Un conflitto che di certo non è rimasto confinato alle sole parti in causa, ossia Stati Uniti e Israele contro l’Iran, perché i pasdaran, seguendo il piano preparato dall’ex Guida Suprema Ali Khamenei, hanno subito causato uno shock petrolifero globale affinché “tutti” paghino le conseguenze – in questo caso economiche – della guerra di Netanyahu e Trump.

Che le cose stiano così lo si vede dalle quotazioni del petrolio, che continuano a salire, causando anche in Occidente aumenti consistenti dei prezzi dei carburanti e delle bollette energetiche, a causa della perdurante chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran.

Al momento, con il pericolo che lo stretto lembo di mare sia minato, secondo il segretario generale dell’Organizzazione marittima internazionale (Imo), Arsenio Dominguez, ben 20mila marinai sono bloccati a bordo di 3.200 navi ferme nel Golfo Persico.

A peggiorare il tutto ci si mettono i nuovi raid di Usa e Israele che ieri hanno preso di mira gli impianti petroliferi dell’Iran, con il regime che ha minacciato rappresaglie, e i soliti contrattacchi di Teheran, che hanno colpito le infrastrutture energetiche dei Paesi arabi vicini.

Pioggia di bombe sull’Iran e in tutto il Medio Oriente

Quel che è peggio è che il conflitto, che per Trump doveva durare pochi giorni, sembra vicino a una nuova escalation. A renderlo noto è il New York Times, secondo cui il presidente americano dovrà decidere “se, a prescindere dai rischi”, dare il via libera a un’operazione con cui “sequestrare o distruggere il materiale nucleare iraniano” sepolto sotto le macerie di Isfahan.

Il problema è che il Pentagono, ricevuta la richiesta del presidente Usa di studiare un piano, avrebbe sconsigliato un simile intervento perché “nessuno sa con esattezza” dove si trovi il combustibile e non manca il rischio di fuoriuscite radioattive.

Intanto sull’Iran continuano a cadere bombe, con un raid israeliano che ieri avrebbe causato la morte del ministro dell’Intelligence iraniano, Esmaeil Khatib. A darne notizia è il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che, esultando, ha detto che “questa è la fine dell’apparato interno del regime”.

Parole a cui ha risposto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, dicendo di non capire “perché gli americani e gli israeliani non abbiano ancora compreso che la Repubblica islamica dell’Iran ha una solida struttura politica”, che non si basa “su un singolo individuo” e quindi non può cadere anche a fronte di uccisioni illustri.

Ma non è tutto. Araghchi ha anche ribadito che l’Iran “non punta a un cessate il fuoco”, che farebbe comodo solo a Washington e Tel Aviv, perché “vogliamo che la guerra cessi completamente e per sempre” con un accordo di “pace serio e duraturo”.

La pace resta un tabù

Difficile, però, negoziare un accordo mentre la guerra continua a infuriare. Ieri, purtroppo, è stata un’altra giornata di passione per tutto il Medio Oriente.

In Iran, oltre ai raid sugli impianti petroliferi, sono state colpite zone residenziali densamente popolate nella città di Dorud, uccidendo sette persone e ferendone 56. Pioggia di bombe anche su Teheran, dove sarebbero decine i morti e centinaia i feriti.

Di tutta risposta, l’Iran, che ieri aveva promesso di vendicare l’uccisione del leader Ali Larijani, ha lanciato un pesante attacco colpendo, secondo i Guardiani della Rivoluzione, più di 100 obiettivi nella città israeliana di Tel Aviv, causando due morti.

Una reazione furiosa, dopo giorni in cui gli attacchi erano diminuiti per numero e intensità, che ha interessato anche una base aerea negli Emirati Arabi Uniti, dove sono di stanza soldati australiani, colpita da un drone, e anche l’ambasciata Usa a Baghdad, in Iraq.