La guerra ibrida ha una nazionalità sola, almeno nel dibattito europeo. Si chiama Russia. I bot di Mosca, le fabbriche di troll nelle settimane calde del voto. Non è sbagliato, ma è selettivo. E la selettività, quando riguarda le democrazie, non è mai innocente.
Il 22 dicembre 2025 un jet privato atterra a Ljubljana, Slovenia. A bordo ci sono Dan Zorella, ceo di Black Cube, e Giora Eiland, già capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano. I dati di tracciamento voli ricostruiscono un incontro di circa due ore alla sede del Partito Democratico Sloveno di Janez Janša. Tre dei quattro visitatori ripartono per Roma quella sera. Lo stesso aereo era già stato a Ljubljana a novembre e tornerà a febbraio. Poi, a inizio marzo, figure slovene di primo piano compaiono in registrazioni clandestine mentre discutono di traffico d’influenze e finanziamenti occulti, diffuse attraverso un profilo anonimo a meno di tre settimane dal voto.
L’agenzia di intelligence Sova ha confermato quattro visite di Black Cube nel paese negli ultimi sei mesi e, secondo il segretario di Stato Vojko Volk, ha rilevato un’interferenza straniera diretta commissionata con ogni probabilità dall’interno della Slovenia. Janša ha ammesso di aver incontrato Eiland, senza ricordare la data. Il suo partito ha prima dichiarato di non aver mai sentito parlare di Black Cube, poi ha aggiunto che meriterebbe un monumento nel centro di Lubiana, se avesse davvero portato alla luce una corruzione di proporzioni inimmaginabili. Una risposta che dice tutto sul livello del confronto, e nulla sulla sostanza delle accuse.
Intelligence privata
Black Cube è fondata nel 2010 da Zorella e da Avi Yanus, entrambi ex ufficiali dei servizi israeliani. Nel suo organigramma consultivo sono passati l’ex direttore del Mossad Meir Dagan e l’ex capo dello Shin Bet Efraim Halevy. Il metodo è invariabile: identità false, incontri costruiti sotto copertura, registrazioni clandestine, diffusione al momento opportuno attraverso canali anonimi.
Tra Romania, Ungheria e Slovenia
Il curriculum europeo è già lungo. In Romania, nel 2016, agenti di Black Cube tentarono di compromettere Laura Kovesi, procuratrice capo dell’anticorruzione. Zorella dichiarò di aver istruito i propri agenti a violare la posta elettronica di Kovesi; due agenti vennero arrestati; nel 2022 i fondatori patteggiarono, ricevendo condanne sospese. Nel 2018 operativi di Black Cube si infiltrarono con false identità tra i dirigenti delle Ong legate a Soros in Ungheria, registrandone le conversazioni: il materiale finì su testate vicine a Orbán tre settimane prima del voto. Nel 2022 lo stesso schema con falsi profili LinkedIn, rimossi dalla piattaforma stessa.
La copertura internazionale rimane inferiore a quella che avrebbe ricevuto qualsiasi operazione analoga attribuita a Mosca. Quando si tratta di interferenza russa il dibattito europeo si mobilita. Quando si tratta di intelligence privata israeliana dentro le elezioni di paesi Ue, la risposta è più lenta, più bassa, più cauta. Questa cautela non è neutrale: è una forma di protezione.
La vicenda slovena non è passata inosservata in Ue. Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto ieri all’Unione Europea uno “scudo democratico” contro le interferenze elettorali, suggerendo l’adozione da parte della Commissione Ue di “linee guida affinché gli Stati membri possano imporre obblighi alle piattaforme digitali” ai sensi della normativa europea in materia di protezione dei dati personali. “Oggi in ogni elezione in Europa si verificano interferenze che turbano i processi elettorali”, ha sottolineato Macron, citando l’esempio della Slovenia, dove, a suo dire, il primo ministro liberale uscente Robert Golob “è stato vittima di palesi interferenze” da parte di “paesi terzi” e di “fake news” nella sua campagna contro il nazionalista Jansa.