Ultimatum di Trump e contro ultimatum di Khamenei in scadenza. La guerra in Iran si avvia verso una nuova escalation

Ultimatum di Trump all’Iran in scadenza: Teheran non cede. Tra minacce e spiragli diplomatici, cresce la tensione sullo Stretto di Hormuz.

Ultimatum di Trump e contro ultimatum di Khamenei in scadenza. La guerra in Iran si avvia verso una nuova escalation

Domani scade l’ultimatum di 48 ore lanciato domenica da Donald Trump all’Iran. Con il suo consueto intervento-show, il tycoon ha ordinato al regime degli ayatollah di aprire completamente lo Stretto di Hormuz; altrimenti dovrà affrontare conseguenze “mai viste prima”, con raid statunitensi che prenderanno di mira le infrastrutture energetiche del Paese per lasciarlo letteralmente al buio.

Una richiesta, con annessa la minaccia di colpire le centrali nucleari iraniane, che secondo il tycoon avrebbe dovuto piegare gli ayatollah. Peccato, però, che le cose non sembrino andare come sperato da Trump. Dalla Repubblica Islamica dell’Iran, infatti, è arrivata una risposta gelida, quasi sprezzante, in cui non solo è stato ribadito che lo Stretto resterà chiuso alle navi statunitensi e israeliane, ma anche che un eventuale attacco — o, peggio, un’invasione terrestre dell’isola di Kharg da parte degli USA, di cui si vocifera da giorni — comporterebbe una reazione veemente contro tutte le infrastrutture energetiche dell’area.

E non è tutto. I pasdaran, di fatto accettando l’escalation, hanno rilanciato affermando che insistere con le minacce causerebbe l’inevitabile blocco totale dello Stretto di Hormuz e li spingerebbe a minare le acque dell’intero Golfo Persico.

La diplomazia si muove anche se troppo timidamente

La sensazione è che, se non si cambierà registro, la guerra potrà soltanto peggiorare. Qualcosa che sembra iniziare a emergere anche all’interno dell’amministrazione statunitense, dove qualcosa si muove dietro le quinte. Secondo indiscrezioni di stampa, emissari americani – tra cui Jared Kushner – sarebbero stati incaricati da Trump di formare una “squadra negoziale” per trattare con gli ayatollah. Si tratta di un primo, timido tentativo diplomatico che, però, appare in salita, anche perché è necessario costruire da zero un canale negoziale.

Per questo, i funzionari americani – ossia quella parte che, come ripete Trump, starebbe “stravincendo il conflitto” – si sarebbero rivolti ai mediatori di Egitto, Qatar e Regno Unito per cercare di allacciare rapporti indiretti con Teheran.

Trattativa in salita

Al momento si sa che Trump, per porre fine al conflitto, intende imporre condizioni estremamente dure all’Iran, al fine di non scontentare il vero artefice di questa guerra, ossia Benjamin Netanyahu. In particolare, gli USA vorrebbero lo sblocco del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, la dismissione del programma nucleare e di tutti gli impianti atomici di Teheran, un tetto massimo di 1.000 unità al numero di missili stoccati dagli ayatollah e, infine, la cessazione del finanziamento iraniano ai suoi proxy mediorientali, ossia Hamas, Hezbollah e gli Houthi.

Tutte condizioni a cui Teheran ha risposto con una serie di richieste che, al pari di quelle di Trump, appaiono del tutto irrealistiche. Infatti, Mojtaba Khamenei ha chiesto garanzie che il conflitto non riprenderà, il pagamento di risarcimenti da parte di Tel Aviv e Washington, nonché la chiusura di tutte le basi americane nella regione.

Posizioni inconciliabili che, come appare evidente, non potranno essere risolte nel volgere di poche ore, ma richiederanno giorni, se non settimane, di estenuanti trattative.