Decreto bollette, bonus dimezzati e centrali a carbone prorogate fino al 2038: il governo aveva promesso di chiuderle entro il 2025

Bonus dimezzati rispetto al 2025, centrali a carbone prorogate di 13 anni. Il decreto bollette arriva al Senato blindato dalla fiducia

Decreto bollette, bonus dimezzati e centrali a carbone prorogate fino al 2038: il governo aveva promesso di chiuderle entro il 2025

Il governo ha varato un decreto contro il caro bollette e nel farlo ha allungato di tredici anni la vita delle centrali a carbone. Tanto per capirci.

Il decreto bollette, approvato dalla Camera il 31 marzo con 157 voti favorevoli e 93 contrari, arriva al Senato dove dovrà essere convertito entro il 21 aprile. Cinque miliardi di euro totali, dice Palazzo Chigi. Un’emergenza energetica reale, aggravata dalla guerra in Iran che ha fatto salire il costo del gas di oltre il 50% rispetto a febbraio secondo il Codacons. Il testo era stato scritto prima che quella guerra scoppiasse, e si vede.

Centoquindici euro e poi basta

La misura simbolo è un bonus una tantum di 115 euro per le famiglie con Isee fino a 9.796 euro, una platea di circa 2,6 milioni di nuclei. Per chi ha un Isee fino a 25mila euro ci sono contributi volontari delle aziende venditrici, che possono usarli anche a fini pubblicitari.

Federconsumatori ha chiesto per anni di riformare il sistema dei bonus, e ha ottenuto che le aziende ne facessero uno strumento di marketing. Solo che l’anno scorso il bonus equivalente era quasi il doppio, con la soglia Isee a 25mila euro per tutti. Christian Ferrari, segretario confederale della Cgil, l’ha definito «un provvedimento del tutto insufficiente, estemporaneo e destinato a non produrre effetti reali».

L’Arera ha già certificato un aumento dell’8,1% della bolletta elettrica per gli utenti vulnerabili a partire da aprile. L’Unione nazionale consumatori stima che una famiglia media pagherà 622 euro in più all’anno. Il bonus da 115 euro copre circa un quinto di quella cifra, e vale solo per quest’anno.

Il carbone che non doveva esserci più

La parte più clamorosa riguarda le centrali a carbone. Con un emendamento a prima firma Lega, sottoscritto da Fratelli d’Italia, Forza Italia e Azione, il phase-out previsto per dicembre 2025 dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima è stato spostato al 2038: tredici anni di proroga. Le quattro centrali coinvolte sono quella di Brindisi e Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia, e le due sarde di Sulcis-Portovesme e di Fiume Santo per circa 4,7 gigawatt complessivi.

Solo che Brindisi è ferma dal 2024. Civitavecchia ha prodotto 0,3 terawattora nel dicembre 2024 e poi niente nel 2025. Entrambe hanno perso l’autorizzazione ambientale il primo gennaio 2026: riattivarle richiederebbe una nuova autorizzazione integrata ambientale, un iter che dura anni. Il ministero calcola che avrebbe senso riattivarle solo se il prezzo del gas salisse oltre i 70 euro al megawattora, quando oggi si aggira intorno a 55.

Il costo per mantenerle semplicemente disponibili è stimato in circa 100 milioni di euro l’anno, senza che sia ancora chiaro dove si trovino le risorse. Greenpeace, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e Wwf hanno parlato di scelta “grave, incoerente e a rischio di illegittimità costituzionale”.

Il M5S l’ha definita «un atto irresponsabile e miope». Nel giugno 2023 il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin aveva dichiarato che l’intenzione era «arrivare ad abbandonare il carbone entro il ’25 o anche prima». Adesso quell’obiettivo è slittato di un decennio: basta un emendamento in un decreto bollette, approvato in commissione con i voti di quattro gruppi parlamentari.

Il governo ha posto la fiducia alla Camera blindando il testo, poi ha incassato 203 voti favorevoli e 117 contrari. Il decreto arriva al Senato intoccabile, da convertire entro il 21 aprile. Poi diventerà legge, carbone compreso.

Una crisi energetica reale, misure estemporanee, un bonus che non copre un quinto degli aumenti già certificati, e le centrali a carbone prorogate di tredici anni da un governo che tre anni fa prometteva di chiuderle «anche prima» del 2025. Tanto per capirci.