Doveva mettere fine all’interventismo americano nel mondo e riappacificare il Medio Oriente, ma fino a oggi Donald Trump sembra aver tradito tutte le sue promesse elettorali, per giunta collezionando una serie di giravolte e umiliazioni che hanno già minato la fiducia internazionale nei confronti degli Stati Uniti. L’ultimo episodio che rischia di inguaiare il tycoon è il prolungamento della tregua, sancita dopo un vertice a Washington, tra Israele e Libano, che avrebbe dovuto mettere fine ai combattimenti per tre settimane ma che, dopo poche ore, ha già visto un fitto scambio di colpi tra Hezbollah e l’esercito israeliano, tale da far naufragare l’intesa a tempo di record.
La tregua farsa
Deciso a capitalizzare consensi in vista delle elezioni di midterm, con un gradimento ai minimi storici per un presidente, Trump sul social Truth non ha perso tempo e ha annunciato l’intesa tra il governo di Beirut e quello di Tel Aviv con toni trionfali. “L’incontro è andato molto bene! Gli Stati Uniti collaboreranno con il Libano per aiutarlo a proteggersi da Hezbollah”, ha scritto il leader statunitense subito dopo la fine del vertice. Un successo rivendicato con forza, dipingendosi come il leader capace di mettere fine a un conflitto che va avanti ufficialmente dal lontano 1948, arrivando a dichiarare: “Non vedo l’ora di ospitare presto il Primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, e il presidente del Libano, Joseph Aoun“.
Peccato che la tregua, stipulata senza coinvolgere il gruppo filoiraniano Hezbollah, attore centrale del conflitto, sia apparsa fin da subito fragile e anomala. Da Tel Aviv, infatti, sono arrivati distinguo e dichiarazioni che hanno fatto intuire come l’amministrazione Netanyahu, che ha chiesto e ottenuto di poter continuare a colpire Hezbollah in Libano, sia quantomeno scettica sulla tenuta dell’accordo. A dirlo chiaramente è stato l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, che, pur ammettendo come i rapporti tra Israele e Libano siano “significativamente migliori” rispetto a qualche mese fa, ha espresso dubbi sulla durata del cessate il fuoco. A suo dire, infatti, la tregua “non è sicura al 100 per cento”, perché l’Idf “continuerà a rispondere a eventuali attacchi” del movimento libanese.
Ma non è tutto. Per il diplomatico, il nodo irrisolto resta l’incapacità del governo libanese di far rispettare il cessate il fuoco e di ottenere il disarmo del gruppo filoiraniano.
Lo scambio di colpi
Timori che si sono rivelati fondati: nemmeno 24 ore dopo l’intesa, Israele e Hezbollah sono tornati a scambiarsi colpi di artiglieria, accompagnati da accuse reciproche di violazione del cessate il fuoco. Che gli scontri siano ripresi è certo, mentre resta difficile stabilire chi abbia dato il via alle ostilità.
Dal canto suo, l’Idf sostiene di aver intercettato diversi razzi lanciati dal Libano verso Israele e di aver risposto bombardando postazioni nel sud del Paese, causando la morte “di tre terroristi”. Hezbollah ha invece negato questa ricostruzione, sostenendo al contrario di aver colpito Israele con un attacco missilistico in risposta ai raid israeliani.
Così, dopo le perplessità espresse da Danon, è arrivata la prevedibile dichiarazione del movimento libanese, per bocca del deputato Ali Fayyad, secondo cui “la proroga del cessate il fuoco tra Israele e Libano è priva di significato alla luce dei continui atti ostili e degli attacchi israeliani nel Libano meridionale avvenuti durante la tregua”.
Il problema è che questo cessate il fuoco, esattamente come il precedente, è più formale che reale. Non pone infatti fine ai combattimenti, come dovrebbe accadere in una vera tregua, ma lascia ampi margini di manovra all’esercito israeliano che, di fatto, è libero di colpire postazioni di Hezbollah in Libano con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare la minaccia. Una dinamica che finisce inevitabilmente per innescare ritorsioni, alimentando una spirale di violenza. Una spirale che i bombardamenti non fanno che aggravare, rendendo sempre più probabile che, nel giro di giorni o settimane, la crisi riesploda, riaprendo l’ennesimo fronte di guerra.