Il documento si chiama “La frontiera, ovunque” e vale la pena partire dal titolo. La frontiera, per il governo italiano, ha smesso di essere un confine geografico: è diventata un metodo, un principio che attraversa l’intero sistema di accoglienza, dalla spiaggia di sbarco alla caserma dove un minore aspetta mesi un trasferimento che non arriva. Il report “La frontiera, ovunque. Centri d’Italia 2026”, prodotto da ActionAid con Fondazione Openpolis e pubblicato il 28 aprile, è costruito su oltre 70 richieste di accesso civico tra ministeri e prefetture, molte respinte, alcune ottenute per via giudiziaria.
I dati documentano una scelta politica coerente. Il numero da cui partire è 134.549. Le persone accolte nel sistema italiano al 31 dicembre 2024: lo 0,23% della popolazione residente, due ogni mille abitanti. Gli arrivi via mare nel 2025, 66.296, corrispondono allo 0,11%. Questi numeri non descrivono un’invasione. Descrivono un fenomeno gestibile che il governo ha scelto di trattare come emergenza permanente perché l’emergenza consente deroghe, opacità, irresponsabilità. La responsabilità rimane pubblica, è il prodotto di capitolati e proroghe.
Migranti: un sistema straordinario come norma
I centri di accoglienza straordinaria, i Cas, ospitano il 71,9% degli accolti. Il Sai, in capo ai comuni, si ferma al 24,7%. I Cas nascevano come risposta temporanea, da attivare solo a saturazione del sistema ordinario, che non è mai stato potenziato perché farlo avrebbe richiesto programmazione. Tra 2022 e 2024 i posti gestiti da soggetti for profit sono passati da 7.089 a 14.813, +109%, mentre il sistema cresceva del 38,6%. Medihospes gestisce il 54,61% dell’accoglienza nel solo comune di Roma: concentrazione che il report chiama “rischio di cattura istituzionale della Prefettura di Roma.” Su 6.024 strutture attive nel 2024, solo il 19,1% è stato ispezionato almeno una volta, contro il 40,5% del 2019. Trentatré prefetture senza controlli visibili, contro le 13 del 2019, e sanzioni ai gestori per 676.847 euro concentrate in pochi territori.
I minori come prova del fallimento
Il punto più grave riguarda i minori stranieri non accompagnati. Il decreto-legge 133/2023 ha introdotto la possibilità di collocare ultrasedicenni in centri per adulti per un massimo di 90 giorni, solo in caso di comprovata indisponibilità di strutture dedicate. ActionAid ha monitorato 29 prefetture: almeno 823 transiti fino a novembre 2025, di cui 138 prima che la legge entrasse in vigore. Il decreto non ha inventato la prassi: le ha dato una cornice di legalità. In almeno 16 prefetture le permanenze superano i 90 giorni consentiti; in 13 si va oltre i 150. I picchi: 1.413 giorni a Torino, 927 a Brescia, 883 a Imperia.
Questi numeri smontano la giustificazione dell’indisponibilità. Al 31 dicembre 2024, nelle stesse 29 prefetture, esistevano 91 posti liberi nel Sai-Msna e 35 nei Cas minori. In 9 prefetture c’erano posti dedicati liberi nello stesso comune. I minori finiscono nei centri per adulti non perché non esistano alternative, ma perché il sistema non è programmato per trasformare la disponibilità in presa in carico. Almeno 407 uscite per abbandono o revoca, 312 solo a Torino. Ragazzi scomparsi nel nulla perché il sistema li aveva già abbandonati prima.
Lo scenario 2026 stringe ancora. Il decreto-legge 23/2026 ha anticipato il Patto europeo su migrazione e asilo, rafforzando identificazione e gestione di frontiera in deroga fino al 2028. Il disegno di legge immigrazione dell’11 febbraio 2026 condiziona l’accoglienza alla permanenza nel centro assegnato, con revoca in caso di violazione. In un sistema già segnato da trasferimenti arbitrari e informazione legale assente, questo significa trasformare l’accoglienza in controllo sociale. La frontiera stringe ancora un po’.