Un netto passo indietro. Un’arma in meno per la lotta alla mafia e al terrorismo. Questo è l’effetto della riforma delle intercettazioni del governo secondo il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo. In una lettera indirizzata ai ministri della Giustizia e dell’Interno, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, Melillo scrive, come riporta il Corriere della Sera, che la riforma si è rivelata “oltremodo grave e allarmante, in ragione dell’obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo”.
Secondo il procuratore nazionale antimafia, la nuova disciplina sull’utilizzo delle intercettazioni telefoniche e ambientali in procedimenti diversi da quelli per cui sono state disposte è “urgente” una “riflessione sulle criticità riscontrate”, proprio per evitare questi effetti già riscontrati con l’applicazione della riforma.
La lettera di Melillo: la legge sulle intercettazioni frena le indagini su mafia e terrorismo
La lettera di Melillo è datata 20 aprile ed è stata trasmessa anche al procuratore generale della Cassazione e ai procuratori distrettuali antimafia. Il procuratore ritiene che le indagini contro le associazioni criminali, anche attraverso l’aggravante della finalità di agevolazione di organizzazioni mafiose, con le nuove disposizioni restano immuni dall’utilizzo di intercettazioni raccolte in procedimenti diversi tutti o quasi tutti i reati dei “colletti bianchi” che collaborano con le organizzazioni criminali, provocando “un sostanziale arretramento dell’efficacia dell’azione di contrasto a quei fenomeni”.
C’è poi un altro avvertimento rivolto dal procuratore a Nordio e Piantedosi e anche alla presidente della commissione Antimafia, Chiara Colosimo: il passo indietro, infatti, riguarda anche le inchieste sul terrorismo considerando che la nuova norma “impedisce il ricorso alle intercettazioni disposte in procedimenti collegati per l’accertamento di condotte quali la partecipazione a un’associazione sovversiva e di assistenza agli associati, ovvero l’istigazione e apologia di reato con finalità di terrorismo che reggono le dinamiche di reclutamento, anche di minori, in quelle pericolose organizzazioni criminali”.
Infine, sottolinea Melillo, per evitare le “dispersioni probatorie” le diverse procure distrettuali si trovano “sovente costrette a disporre l’esecuzione delle medesime intercettazioni in ciascuno dei procedimenti”, attivando di fatto una registrazione per ogni fascicolo e “con conseguente lievitazione dei costi e dispersione di preziose risorse per lo svolgimento delle attività delegate alla polizia giudiziaria”.