Dalla necessità di rompere con Israele, all’indipendenza energetica fino al programma del Campo largo di governo, Nicola Fratoianni, co-portavoce di Avs e segretario di SI, ha le idee chiare. Ecco cosa ci ha detto di Donald Trump, Benjamin Netanyhau e Giorgia Meloni…
Fratoianni, l’abbordaggio delle autorità israeliane alla Global Sumud Flotilla del 29 aprile scorso finisce in procura a Roma, mentre il Presidente del Senato Ignazio La Russa attacca direttamente la missione, sostenendo che si tratti di “manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico”. Lei che idea si è fatto della vicenda?
“L’abbordaggio israeliano in acque internazionali di competenza europea e a poche miglia dalle acque territoriali greche rappresenta un ulteriore salto di qualità nella violazione sistematica del diritto e della legalità internazionale. Prima l’abbordaggio e il sequestro temporaneo di quasi 200 attivisti, poi il sabotaggio delle imbarcazioni, infine il rapimento di due attivisti. Israele si comporta come un’organizzazione terroristica. Il governo ha condannato il comportamento israeliano. Bene, dico. Ma aggiungo che era l’ora e che è meglio tardi che mai. Però, detto questo, alla condanna verbale devono seguire atti concreti. Dunque, l’Italia si schieri dalla parte dei paesi che chiedono di interrompere l’Accordo di Associazione UE Israele, si muova per applicare sanzioni al Governo Netanyahu e riconosca lo Stato Palestinese. Dopo anni di silenzio, ipocrisia e complicità col Genocidio dei palestinesi a Gaza è finito il tempo delle parole al vento. Quanto a La Russa stendiamo un velo pietoso. Non ce la fanno proprio a vedere la realtà. O più probabilmente fanno solo finta di non vedere. Andare in mezzo al mare sapendo che a un certo punto arriverà l’esercito israeliano non è né comodo né sicuro. Ma le persone continuano a farlo per rompere l’assedio, l’isolamento e il silenzio che rischia di calare su quello che continua ad accadere a Gaza come in Cisgiordania”.
Il presidente Donald Trump annuncia nuovi dazi al 25% per le auto europee e minaccia il ritiro delle truppe americane da Germania, Spagna e Italia. Una sfida per l’Europa per ripensare se stessa?
“Trump non è un pazzo. O almeno non soltanto. Le sue mosse rispondono ad esigenze molto concrete a cominciare dal debito americano verso l’estero che ha raggiunto livelli insostenibili. Sia la guerra commerciale dei dazi che quella militare sono mosse innanzitutto da questo problema. Le ipotesi di ridefinizione del dispiegamento militare in Europa rispondono alla necessità di concentrare le attenzioni sul fronte indo pacifico, dove si profila il confronto con la potenza cinese. Di fronte a tutto questo l’Europa ha davanti a sé due strade: restare ferma e condannarsi alla marginalità se non alla scomparsa, o decidere di giocare un ruolo nel segno della democrazia, della transizione ecologica, della ricerca e del welfare. Senza dimenticare la pace, non solo come vocazione valoriale ma come pratica politica a cominciare dall’investimento sulla difesa e il rilancio del diritto internazionale e degli organismi chiamati ad applicarlo”.
Le ricadute della guerra in Iran sono evidenti a partire dell’impennata dei costi del carburante che il governo ha cercato di tamponare, prorogando il taglio delle accise fino al 22 Maggio. È sufficiente? E cosa accadrà dopo?
“Il taglio delle accise non è sufficiente, ma soprattutto è inutile. È una partita di giro di soldi dei cittadini, che vengono comunque sottratti dalle tasche dei cittadini per finire nelle tasche delle grandi compagnie petrolifere”.
Siamo di fronte sempre allo stesso schema, come già è accaduto per gli effetti della guerra in Ucraina, per cui gli effetti delle scelte scellerate dei potenti ricadono sempre e solo sulla testa delle persone.
“Il governo avrebbe dovuto fare due cose: una tassa seria sugli extraprofitti delle grandi compagnie energetiche e investimenti massicci in energie rinnovabili per togliere l’Italia (e i cittadini italiani) dalle grinfie di Usa e dei vari produttori di gas e di carburanti a prezzi folli”.
Per ridurre la platea dei working poors, il governo introduce il “salario giusto”. Ritiene valida questa misura, o pensa che la risposta continui a essere il “salario minimo”?
Continuo a pensare che in un contesto che da troppo tempo ha investito sulla svalorizzazione del lavoro invece che sull’innovazione per resistere (male) alla competizione globale, serva una soglia minima garantita dalla legge. E aggiungo che oggi, di fronte alla ripresa dell’inflazione e alla luce del suo andamento negli ultimi anni sia necessario alzare, proporrei a 11 euro, la cifra che avevamo indicato ormai tre anni fa nella proposta unitaria delle opposizioni. Ma il problema degli stipendi non coinvolge soltanto i cosiddetti lavoratori poveri. Si tratta di un problema molto più grande, a cui serve una risposta strutturale. Noi di AVS abbiamo depositato una proposta di legge lo ‘Sblocca Stipendi ‘ per agganciare automaticamente l’andamento dei salari all’inflazione. È il momento di farlo.
La Presidente Meloni vanta la longevità del suo governo, il secondo più lungo nella storia della Repubblica. Sul podio nessun governo di centrosinistra. Come si sta organizzando il Campo largo per essere competitivo alla prossima tornata elettorale? Ritiene necessarie le primarie? Con quali regole?
“Meloni forse potrà, ad un certo punto, anche vantare il record assoluto di longevità. Ma se stai lì per 5 anni senza migliorare la vita delle persone quel record si trasforma in una sciagura. A noi e alle altre forze di opposizione spetta il compito di offrire una alternativa coraggiosa e credibile. Il Governo e la maggioranza sono in crisi e non sembrano in grado di invertire la tendenza dopo la batosta referendaria. I 15 milioni di voti repubblicani e costituzionali hanno sommerso la controriforma di Nordio e Meloni, ma hanno detto anche qualcosa sul futuro. Quei voti non sono automaticamente trasferibili al campo progressista, ma indicano una rotta, quella della Costituzione e della sua applicazione che nessuna proposta alternativa può far finta di non vedere. Per questo noi di AVS proponiamo di partire da questo dato. Il programma non come una infinita ed estenuante mediazione tutta interna alle forze politiche, ma come una leva per mobilitare, per restituire ed organizzare la speranza. Abbiamo già oggi moltissimi elementi di convergenza, proposte di legge comuni e una comune sensibilità sulla maggior parte delle questioni. Quanto alla scelta della leadership evitiamo di concentrarci su un dibattito che non è al centro delle preoccupazioni degli italiani. Poi la modalità la individueremo assieme. Ma l’urgenza, quello che fa la differenza, è saper dire in modo chiaro e riconoscibile cosa cambierà quando governeremo noi per la maggioranza delle persone. Stipendi e lavoro stabile contro la precarietà, Sanità e Istruzione pubblica, diritto all’abitare, transizione ecologica, pace, ricerca. Un fisco giusto per combattere la diseguaglianza che cresce. Governare per cambiare in meglio la vita delle persone”.