Un tribunale del District of Columbia, a Washington, ha appena rifilato un ceffone a Donald Trump. I giudici, infatti, hanno sospeso le sanzioni imposte dall’amministrazione americana nei confronti di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. A darne notizia è stata la stessa funzionaria dell’Onu che, in un post su X, ha spiegato che il tribunale ha stabilito che “tutelare la libertà di parola è sempre nell’interesse pubblico”. Albanese ha inoltre ringraziato la figlia e il marito “per essersi fatti avanti per difendermi, e tutti coloro che hanno fornito aiuto finora”, ricordando che “insieme siamo Uno”.
Stando a quanto riportato dai media statunitensi, il giudice distrettuale Richard Leon ha sostenuto che l’amministrazione Trump abbia probabilmente violato i diritti di Albanese garantiti dal Primo Emendamento quando le ha imposto le sanzioni, nel luglio 2025. Secondo il giudice, le misure sembravano colpire direttamente le sue dichiarazioni critiche nei confronti di Israele; per questo ne ha disposto la sospensione temporanea.
Come noto, Albanese, nel suo ruolo di relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi, ha seguito con attenzione la brutale campagna militare israeliana contro Hamas nella Striscia di Gaza. Circostanze per le quali, malgrado il silenzio della comunità internazionale, ha ritenuto di dover accusare Israele di aver commesso un “genocidio” e reiterate violazioni dei diritti umani a Gaza.
Ceffone dei giudici a Trump: sospese le sanzioni contro la relatrice Onu, Francesca Albanese
Ma non è tutto. La funzionaria ha anche segnalato alcuni esponenti israeliani alla Corte Penale Internazionale (Cpi) per un eventuale processo, tra cui il premier Benjamin Netanyahu. Dichiarazioni che hanno spesso posto Albanese al centro delle critiche.
Di lì a poco, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati è finita anche nel mirino dell’amministrazione Trump, che l’ha sanzionata. A quel punto il marito di Albanese, Massimiliano Cali, ha intentato la causa nel mese di febbraio, agendo per conto proprio, della moglie e della loro figlia, sostenendo che le sanzioni imposte dal Dipartimento di Stato nel 2025 violassero i diritti alla libertà di espressione della consorte.
Il giudice Leon, nel suo verdetto, ha rilevato che “se Albanese si fosse invece opposta all’azione della Cpi contro cittadini Usa e israeliani, non sarebbe stata inserita nell’elenco delle persone sanzionate ai sensi dell’Ordine Esecutivo 14203”, come si legge in un parere motivato di 26 pagine. “Pertanto, l’effetto della designazione di Albanese è quello di ‘punire’ e, di conseguenza, di ‘reprimere le espressioni sgradite’”.
Il giudice ha inoltre stabilito che Albanese gode della tutela della Costituzione americana, pur risiedendo al di fuori del Paese, ritenendo che possieda legami “sostanziali” con gli Stati Uniti, sufficienti a far valere i diritti garantiti dal Primo Emendamento. Gli oppositori della relatrice l’hanno accusata di riprendere le argomentazioni di Hamas su Israele: accuse respinte dalla funzionaria dell’Onu, che ha negato qualsiasi sostegno ai gruppi terroristici e rigettato l’equiparazione tra le sue critiche verso Israele e l’antisemitismo.