La guerra in Iran “sta finendo” e quella in Ucraina “è vicina all’epilogo”. Da quando è stato rieletto, proponendosi come il presidente che avrebbe ridotto l’impegno degli Stati Uniti all’estero e promettendo di risolvere i conflitti che infiammano il mondo, Donald Trump continua a ripetere, quasi quotidianamente, dichiarazioni di questo tenore.
Il problema è che passano i giorni, le settimane e i mesi, ma le guerre sulle quali si è maggiormente speso sono ancora lì e, giorno dopo giorno, sembrano certificare il suo fallimento strategico e politico. Tanto più se si considera che, a dispetto delle promesse elettorali, il tycoon si sta imponendo come uno dei presidenti più interventisti della recente storia americana, al punto da aver lanciato, nel giro di pochi mesi, ben due guerre contro l’Iran.
Trump in Iran ha scatenato una crisi globale
Particolarmente emblematica del suo flop è la situazione in Medio Oriente. Dalla guerra contro l’Iran, che per Trump sarebbe dovuta durare “quattro giorni”, ma che prosegue dalla fine di febbraio, emerge con chiarezza come l’operazione sia stata pianificata con poca lungimiranza e non abbia ottenuto i risultati sperati. Che le cose stiano così lo dimostra il fatto che il conflitto, anziché indebolire il regime degli ayatollah, sebbene sia lecito dubitare che questo fosse il vero obiettivo di Trump e Benjamin Netanyahu, abbia finito per rafforzarlo. Senza contare che il New York Times, citando rapporti d’intelligence, ha smentito ieri le affermazioni del presidente secondo cui “l’Iran non ha più niente”: dopo mesi di raid, Teheran disporrebbe ancora del 70% del proprio arsenale bellico.
Ma l’aspetto più grave è un altro: l’operazione Epic Fury è riuscita, in un clamoroso autogol strategico, a consegnare ai Pasdaran una formidabile arma di ricatto, lo Stretto di Hormuz. Questa guerra, ufficialmente lanciata per liberare il popolo iraniano e neutralizzare la minaccia atomica, ha infatti generato da oltre un mese una crisi energetica mondiale a causa del blocco imposto da Teheran e del controblocco americano dello Stretto, attraverso cui transita oltre il 30% del petrolio mondiale, oltre a fertilizzanti e materiali fondamentali per l’industria globale.
Il Medio Oriente brucia
Una catastrofe che ha spinto l’amministrazione americana a modificare l’obiettivo del conflitto: oggi non si parla più della fine del regime di Mojtaba Khamenei, ma della riapertura dello Stretto di Hormuz, che però era aperto fino al giorno precedente all’inizio dei bombardamenti.
Così, mentre cresce la possibilità di una ripresa delle ostilità, con l’Iran che rifiuta qualsiasi ipotesi di accordo, e mentre è stato ormai superato il limite dei sessanta giorni che richiederebbe l’autorizzazione del Congresso per proseguire il conflitto, Trump cerca di scongiurare questa eventualità. A riferirlo è la rete NBC News, secondo cui il Pentagono starebbe valutando di ribattezzare l’eventuale nuova offensiva militare contro l’Iran, che potrebbe scattare in caso di fallimento degli inesistenti negoziati, con il nome di Operation Sledgehammer. Il cambio di denominazione rispetto all’attuale Epic Fury consentirebbe infatti all’amministrazione Trump di sostenere che si tratti di una nuova operazione militare, facendo così ripartire il limite dei sessanta giorni.
In Ucraina neanche l’amicizia con Putin ha dato frutti
Ma se il flop del tycoon in Iran appare evidente, lo è ancora di più quello consumato in Ucraina. Il conflitto scatenato da Vladimir Putin contro Volodymyr Zelensky era iniziato ben prima del suo insediamento, e Trump si è sempre detto convinto di poterlo risolvere “in una settimana”, anche grazie alla sua personale amicizia con lo zar. Peccato che la guerra vada avanti da oltre quattro anni e che, fino a questo momento, l’unica vera mossa degli Stati Uniti sia stata quella di interrompere le forniture militari a Kiev, nella speranza di costringere Zelensky ad accettare la “pace” proposta dal Cremlino e di scaricare il peso economico della resistenza ucraina sulle spalle dell’Unione Europea.
Ma a far rumore è anche il fallimento dei negoziati mediati dagli Stati Uniti, perché la guerra in Ucraina non sembra affatto vicina all’epilogo. Eppure, anche ieri, il leader americano ha ribadito: “Siamo molto vicini alla fine della guerra, ma non ho un’intesa con Putin sul Donbass”. Tuttavia, proprio sulle regioni occupate dai russi, è difficile credere che non esista alcuna intesa, perché, come noto, si tratta della condizione sine qua non posta da Mosca per fermare l’offensiva. Del resto, sembra suggerirlo anche il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov, secondo cui “affinché si possa raggiungere un cessate il fuoco e aprire un corridoio verso negoziati di pace su vasta scala, il presidente Zelensky deve ordinare alle forze armate ucraine di cessare il fuoco e lasciare il territorio del Donbass e le regioni russe”.