Centrodestra diviso su tutto: l’ultimo scontro è sui tassisti. Dal flop del referendum ci sono tre maggioranze in lite perenne

Dopo il No al referendum di marzo lil centrodestra litiga su tutto: giustizia, nomine, fine vita, legge elettorale e ora anche sui tassisti

Centrodestra diviso su tutto: l’ultimo scontro è sui tassisti. Dal flop del referendum ci sono tre maggioranze in lite perenne

In Commissione Trasporti alla Camera, il 14 maggio, Forza Italia ha rimesso sul tavolo la proposta di legge del deputato Andrea Caroppo che alleggerisce i vincoli sugli Ncc e sposta le autorizzazioni dai comuni alle regioni. La Lega ha risposto con il «no alle liberalizzazioni selvagge», Fratelli d’Italia ha chiesto «una sintesi» prima di procedere. Nel centrodestra litigano sui tassisti. Litigano su una legge ferma dal gennaio scorso. Litigano, soprattutto, perché ormai litigano su tutto.

Il punto di rottura ha una data: 22 e 23 marzo 2026. Il No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia ha vinto con il 53,75%, oltre 27 milioni di votanti. Da lì la maggioranza ha smesso di muoversi come un corpo solo. Il giorno dopo il voto si dimettono il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (FdI), travolto dalla vicenda della società che condivideva con la figlia di un condannato per reati di mafia, e la capa di gabinetto di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi. La sera stessa Giorgia Meloni diffonde una nota che auspica le dimissioni della ministra del Turismo Daniela Santanchè, che il 26 marzo lascia con una lettera di una parola: «Obbedisco». Tre teste in tre giorni, dopo mesi di tolleranza. Bastava perdere un referendum.

Dal voto alle dimissioni

Il resto è una sequenza. Le nomine: dal gennaio scorso il governo deve indicare il presidente della Consob, il candidato è il leghista Federico Freni, Forza Italia si oppone, lo stallo dura oltre due mesi (Freni alla fine si ritira dalla corsa) e si allarga all’Agcm. La legge elettorale, dossier a cui Meloni tiene moltissimo perché quella vigente complica la vittoria della destra nel 2027: dopo aver depositato un testo condiviso, Lega e Forza Italia avanzano obiezioni, l’iter alla Camera rallenta, il governo arriva a chiedere aiuto alle opposizioni. Il fine vita, dove Forza Italia spinge per un compromesso assecondando Marina Berlusconi, Lega e FdI reagiscono con fastidio, e Ignazio La Russa prende tempo fissando l’aula del Senato al 3 giugno.

La cultura. Alessandro Giuli litiga in Consiglio dei ministri con Matteo Salvini sul Piano casa, poi pubblicamente sulla Biennale e il padiglione russo. Salvini condivide nella chat WhatsApp dei ministri l’ennesimo attacco del collega e commenta «Mah». Il 10 maggio Giuli revoca gli incarichi a due dirigenti del suo gabinetto, entrambi vicini a FdI, dopo il caso dei fondi negati al documentario su Giulio Regeni. Meloni lo convoca a Palazzo Chigi: la nota parla di «gratitudine» e «totale sostegno». Si scrivono quelle cose quando la tensione è grossa.

I fronti aperti

E poi la politica estera, il terreno dove la coalizione va più visibilmente in ordine sparso. Sui vincoli di bilancio europei la Lega vagheggia un’uscita unilaterale dal Patto di stabilità, Forza Italia propone il Mes, Meloni e Giancarlo Giorgetti scelgono una terza via. Il ministro della Difesa Guido Crosetto accusa Giorgetti di voler ritardare le spese militari. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso chiede al Parlamento di sospendere un suo stesso decreto stravolto dalla Ragioneria. Sul gas russo Salvini si dice entusiasta dell’apertura dell’ad di Eni Claudio Descalzi, Meloni netta nella contrarietà. Tutto questo mentre la Lega, a febbraio, aveva già perso pezzi: Roberto Vannacci se n’era andato sbattendo la porta, con tre deputati al seguito (ieri si è aggiunta anche Laura Ravetto), per fondare Futuro Nazionale.

Cinquanta giorni dopo il referendum i tre partiti viaggiano su binari separati su giustizia, nomine, fine vita, legge elettorale, bilancio europeo, difesa, energia. I sondaggi lo fotografano: la Supermedia YouTrend/Agi di inizio maggio dà il centrodestra al 43,9%, il dato più basso dall’insediamento, con Lega e FdI in calo simultaneo. Il litigio sui tassisti è solo l’ultimo arrivato in fila. Bastava perdere un referendum, e la maggioranza si è scoperta tre maggioranze che si fanno dispetti a vicenda.