Da un decreto sicurezza all’altro, nonostante i rilievi sollevati dalla Cassazione siano sempre lì. Con i dubbi di costituzionalità sul testo

La relazione 33/2025 del Massimario smonta il decreto Sicurezza su metodo e merito. Il governo la chiama opinione, la Consulta deciderà

Da un decreto sicurezza all’altro, nonostante i rilievi sollevati dalla Cassazione siano sempre lì. Con i dubbi di costituzionalità sul testo

Centoventinove pagine per dire una cosa che il Parlamento sapeva già. La relazione dell’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione sul decreto sicurezza è la struttura che estrae le massime dalle sentenze della Suprema Corte che mette nero su bianco i dubbi di costituzionalità di una legge bandiera del governo Meloni. Il 23 giugno 2025 quel testo, la relazione n. 33/2025, è uscito e da allora gira nelle aule, citato da giudici e avvocati. A maggio 2026 torna nei titoli, mentre l’esecutivo ne ha già varato un altro.

Il primo rilievo riguarda il metodo. Il decreto-legge 11 aprile 2025 n. 48, convertito senza modifiche dalla legge 9 giugno 2025 n. 80, in vigore dal 10 giugno, secondo il Massimario «riproduce quasi alla lettera» un disegno di legge che la Camera aveva approvato in prima lettura il 18 settembre 2024 e che il Senato stava per chiudere. La relazione registra un dato di prassi: solo due precedenti di trasposizione di un progetto di legge in discussione dentro un decreto, e nessuno in materia penale. La conclusione dei tecnici della Corte è la «(in)sussistenza dei presupposti giustificativi per il ricorso alla decretazione d’urgenza». Tradotto: mancava la straordinaria necessità prevista dall’articolo 77 della Costituzione, perché bastava lasciare al Senato l’esame finale.

Le critiche che il governo aveva già ascoltato

C’è un punto che andrebbe ricordato a chi parla di toghe a orologeria. La relazione del Massimario raccoglie e ordina allarmi arrivati durante le audizioni, quelle che il governo aveva convocato e poi ignorato. Cita l’«Appello per una sicurezza democratica» firmato da 257 giuristi, che parla di «plateale colpo di mano» e di «vulnus causato alla funzione legislativa delle Camere». Riporta l’Associazione italiana professori di diritto penale, secondo cui il provvedimento è un «anomalo ricorso alla decretazione d’urgenza in materia penale». Richiama l’Osce, che aveva segnalato «diverse criticità che potrebbero ostacolare l’esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali», e i relatori speciali dell’Onu, secondo cui il decreto rischia di limitare «la capacità degli individui di riunirsi pacificamente per proteste e manifestazioni» e di favorire «procedimenti arbitrari e pene sproporzionate». La Corte aggiunge un’immagine sua sul giudizio di pericolosità: «Un intuizionismo che tracima in arbitrio».

Sul merito, la parte più dura riguarda il carcere. Il nuovo 415-bis del codice penale, che introduce il delitto di rivolta in un istituto penitenziario, punisce anche la «resistenza passiva». Per il Massimario è «un novum senza precedenti nell’ordinamento penale», fin qui ancorato all’irrilevanza penale delle condotte di mera inazione. Da qui dubbi su materialità e offensività, e il rischio di scivolare verso un «diritto penale d’autore». Significa che lo sciopero della fame di un detenuto, o il rifiuto dell’ora d’aria senza violenza, può diventare reato.

Dalla relazione ai tribunali

La relazione non è vincolante, lo ripetono i sottosegretari. Vero. Solo che il Massimario «detiene un elevato valore interpretativo» e diventa la bussola con cui giudici e avvocati leggono le norme. La reazione del governo lo conferma: il ministro della Giustizia Carlo Nordio si disse «incredulo» e chiese di conoscere «l’ordinario regime di divulgazione» del testo, sospettando una fuga di documenti più che discutendone il contenuto. Maurizio Gasparri (FI) parlò di «invasione di campo», Fabio Rampelli (FdI) di «massimario della confusione».

E intanto la macchina è andata avanti. Il 24 febbraio 2026 il governo ha varato un nuovo decreto sicurezza, il n. 23, convertito con la legge 24 aprile 2026 n. 54. Stesso metodo, stessa filosofia. Centoventinove pagine restano lì, guida per chi dovrà decidere. Il governo le ha derubricate a opinione. Toccherà alla Consulta dire se erano un avvertimento.