Lavoratori sempre più poveri e anziani. E con la crisi si rinuncia a fare figli

Dall'Istat una fotografia impietosa dell'Italia. Un Paese in crisi con lavoratori poveri e anziani e che resta indietro sull’innovazione

Lavoratori sempre più poveri e anziani. E con la crisi si rinuncia a fare figli

Assieme all’esecutivo europeo, che ha suonato le campane a morto sulla nostra economia, con l’Italia fanalino di coda per la crescita il prossimo anno, anche l’Istat scatta una fotografia impietosa del Paese. Nell’Italia con la natalità ai minimi storici, 6,6 milioni di persone dichiarano di aver rinunciato ad avere bambini. Il motivo? L’instabilità economica e lavorativa. Dal 2019 i salari hanno perso l’8,6% del potere d’acquisto, mentre la premier Giorgia Meloni continua a sostenere che abbiano ripreso a crescere. Il miracolo dell’occupazione strombazzato dalla propaganda di governo? È stato trainato da lavoratori anziani e impoveriti, che rappresentano anche un freno all’innovazione. E, come se non bastasse, dilagano nuove forme di povertà, come quella energetica. Le disuguaglianze economiche, intanto, non accennano a diminuire.

Lavoratori sempre più poveri e anziani. E con la crisi si rinuncia a fare figli

L’Istat segnala che, tra i 9,8 milioni di persone tra i 18 e i 49 anni che esprimono l’intenzione di non avere figli in futuro, solo una piccola parte afferma che i bambini non rientrano nel proprio progetto di vita: il 5,5%. Tre su dieci hanno già i figli che desiderano, mentre la quota più ampia, il 62,2%, ha rinunciato ad avere i figli desiderati per problematiche di varia natura, a partire dalla sfera economico-lavorativa.

Salari sotto i livelli pre-Covid

“Le pressioni al rialzo sul mercato dei beni energetici, generate dal conflitto in Medio Oriente, e la conseguente crescita dell’inflazione potrebbero, a seconda della persistenza di tale scenario, rallentare la fase di recupero o addirittura determinare un nuovo periodo di perdita del potere di acquisto”, scrive l’Istat. Il rapporto registra che le retribuzioni contrattuali nel 2025 hanno portato, per il secondo anno, a un recupero in termini reali, ma resta una perdita di potere d’acquisto dell’8,6% dal 2019. Un dato che smentisce la narrazione ottimistica del governo e racconta salari ancora più poveri.

Anche nel ceto medio il quadro è pesante: il 16,1% delle famiglie dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà. Tra il 2014 e il 2024, la dinamica reddituale del ceto medio, che rappresenta il 61,2% dei residenti, “seppure su livelli reddituali differenti, è stata decisamente meno sostenuta di quella del ceto più basso e anche di quella della classe abbiente”. In generale, “le disuguaglianze economiche rimangono marcate”. Più di un quinto della popolazione arriva a fine mese con difficoltà o grande difficoltà, circa un quarto fatica ad affrontare spese impreviste e poco meno della metà dichiara di non essere riuscita a risparmiare nell’ultimo anno.

Aumenta la povertà energetica

Nel 2025, quasi 11 milioni di individui (18,6 per cento) sono a rischio di povertà, “sebbene stabile rispetto al 2024 il dato conferma la persistenza di un’area di vulnerabilità economica ampia e strutturale all’interno del Paese”, avverte l’Istat. La povertà assoluta interessa 5,7 milioni di persone nel 2024, il 9,8%, soprattutto nelle famiglie numerose, in quelle con minori, tra gli stranieri e tra i residenti nel Mezzogiorno. “Si diffondono forme specifiche di disagio, come la povertà energetica, che riflette l’aumento dei costi e la fragilità dei redditi”, si legge nel testo. La povertà energetica aumenta dal 7,7% nel 2022 al 9,1% nel 2024.

Lavoratori poveri e anziani

Sul lavoro, il dato positivo nasconde un problema strutturale. “Il buon andamento del mercato del lavoro italiano, avviato nel post-pandemia, è stato trainato dall’aumento dell’occupazione delle persone con 50 anni e più, che rappresentano una quota particolarmente consistente degli occupati, pari a circa il 42% nel 2025”, ha spiegato il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli. Ma proprio qui si vede l’altra faccia della propaganda: “L’invecchiamento della forza lavoro frena l’innovazione”, avverte il rapporto. L’uso dell’intelligenza artificiale è triplicato tra il 2023 e il 2025, arrivando al 16% delle imprese, ma il 50% delle Pmi incontra un ostacolo nella carenza di competenze. Un Paese che invecchia, cresce poco, paga salari poveri e resta indietro anche sull’innovazione.