Costi iniziali straordinariamente elevati; tempi di ritorno dell’investimento troppo lunghi; spese di “Fine Vita” degli impianti e di gestione delle scorie gigantesche e un costo livellato dell’energia (LCOE) superiore rispetto alle principali fonti rinnovabili. Al di là della propaganda, sono numerosi i motivi per i quali la conversione al nucleare non risolverebbe il problema energetico italiano. Né nell’immediato, né tantomeno nel futuro più lontano.
Oltre 20 miliardi solo per iniziare
Il primo scoglio sono i costi di investimento iniziali, che per il Politecnico di Milano, partirebbero da un minimo 20 miliardi di euro. Per ogni reattore “SMR” (Small Modular Reactor) o reattore di “terza generazione” – definizione fuorviante, poiché questi impianti usano gli stessi principi termodinamici e la stessa fisica dei reattori degli anni ’60 e ’70, senza aumentarne la sicurezza – le stime più ottimistiche parlano di un costo di 3,5 miliardi di euro e tempi di costruzione che tra progettazione, iter autorizzativi e costruzione, superano i 10-15 anni.
Bisogna poi considerare che l’Italia ha smantellato la propria filiera industriale, quindi dovrebbe acquistare i reattori pagando carissimi brevetti e componentistica a consorzi esteri (francesi, americani o coreani), dai quali dipenderebbe poi per la manutenzione.
Debito pubblico alle stelle e investimenti che iniziano a rendere solo nel 2040
Tutti gli studi – pro o contro l’atomo – sostengono poi che la svolta nucleare avrebbe un enorme impatto sul nostro debito pubblico. Il nostro Paese avrebbe forti difficoltà a reperire i capitali necessari, anche per la storica assenza di capitali privati (che non investono senza massicce garanzie statali). Senza contare poi che i lunghi tempi di costruzione non allettano neanche le imprese, le quali devono affrontare la crisi energetica ora, non nel 2040, quando l’investimento inizierà a produrre i suoi effetti.
Solo il decommissioning ci è già costato 12,9 miliardi
E ancora, nel computo totale si devono aggiungere i costi per lo smantellamento delle centrali a fine vita e la gestione del deposito nazionale delle scorie radioattive, che finiscono per gravare sulle bollette dei cittadini sotto forma di oneri di sistema per i decenni a venire. Il decommissioning di una singola centrale costa mediamente 500 milioni di euro, ma casi complessi come quello di Sellafield nel Regno Unito prevedono costi tra 60 e 140 miliardi di sterline su 120 anni.
In Italia, la gestione del “vecchio nucleare” (smantellamento e rifiuti) ha già raggiunto un costo stimato di almeno 12,9 miliardi di euro, finanziati tramite gli oneri di sistema nelle bollette elettriche.
Secondo la “Coalizione 100% Rinnovabili Network”, in Ue la più recente stima del 2019 del costo previsto di gestione dei rifiuti radioattivi generati dalle centrali nucleari, escluso lo smantellamento, è stato tra i 422 e i 566 miliardi di euro. Inoltre si deve ricordare che solo il deposito dei rifiuti ad alta e media radioattività, di cui il nostro Paese è ancora in attesa (sono state individuate le “aree idonee”, ma ancora nulla è stato deciso, a causa delle proteste delle popolazioni locali) costerà almeno 1,5 miliardi di euro (anche se gli ambientalisti stimano in almeno 8 i miliardi necessari).
Così, alla luce di tutto ciò, un piano nucleare come quello ipotizzato per l’Italia da 40 GW, secondo le associazioni ambientaliste, potrebbe costare complessivamente tra i 275 e i 400 miliardi di euro.
Ma il kilowatt di energia nucleare costerebbe comunque di più delle rinnovabili
Ma poi l’energia costerebbe meno? No. Il costo livellato dell’energia (LCOE) del nucleare di “nuova generazione” è infatti nettamente superiore a quello di fotovoltaico ed eolico a terra. A dirlo è l’Agenzia Internazionale per l’Energia (World Energy Outlook 2024): “in Europa nel 2023 il costo di generazione dell’elettricità – considerando i costi complessivi – prodotta da nuove centrali nucleari sarebbe stato di 170 $/MWh, contro i 50 $/MWh del fotovoltaico (3,4 volte di meno del nucleare) e quella dell’eolico onshore di 60$/MWh (2,8 volte di meno) e quella dell’eolico offshore pari a 70 $/MWh. Anche al 2030 e al 2050 il nucleare resta più costoso delle rinnovabili, con una differenza di ben 100 $/MWh rispetto al solare per il 2030 e il 2050, 80 $/MWh per l’eolico onshore, per il 2030 e 75 $/MWh per il 2050. E per l’eolico offshore di 90 $/MWh per il 2030 e il 2050.
Infine un dato su tutti: spesso i sostenitori italiani del nucleare citano quello francese come esempio di successo economico. Falso: EDF, la società che gestisce le centrali nucleari, fortemente indebitata, nel 2023 è stata interamente nazionalizzata, con una spesa di oltre 9 miliardi a carico dei contribuenti.