Il memorandum con l’Iran firmato da Trump più che un accordo di pace mi sembra una resa americana. Che batosta! Chi se lo immaginava?
Aldo Nannini
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Gentile lettore, da settimane scrivo in questa rubrica che l’avventura in Iran sarebbe terminata in una catastrofe per Usa e Israele, e sebbene fare pronostici sia sempre imprudente, alla fine la logica delle cose ha il sopravvento sull’insostenibile velleità dei sogni. Non è un accordo di pace: è l’attestato della capitolazione americana. È la più grave sconfitta strategica nella storia degli Stati Uniti, e non lo dico a cuor leggero. Se guardiamo alle guerre in Vietnam, Afghanistan e Iraq, vediamo che in queste ultime l’esercito americano era stato in grado di conquistare il territorio e di mantenerne il controllo per un certo tempo. In Iran invece la conquista del paese non è nemmeno ipotizzabile, e ogni tentativo costerebbe quasi tanti morti quanti l’America ne ebbe nell’ultima guerra mondiale. A che fine, poi? Per compiacere l’amico criminale Netanyahu, ricercato da quasi tutte le polizie del mondo per crimini di guerra e contro l’umanità? È quasi superfluo notare che Israele esce annichilito da questa guerra: passa da un delirio di potenza a un incubo di impotenza, ridotto com’è al ruolo di staterello di secondaria importanza, un piccolo tumore incistato nel corpo del Medio Oriente, una minuscola entità velleitaria la cui stessa esistenza, in prospettiva futura, è ora messa in dubbio dai fatti. From the river to the sea Palestine will be free non è più un canto patriottico, è una prospettiva storica. Ora è solo questione di tempo, grazie all’Iran.