Il primo round negoziale tra Stati Uniti e Iran, tenuto in Svizzera, si è concluso non senza tensioni e difficoltà. Dopo le dichiarazioni di Donald Trump, che ha minacciato la ripresa dei bombardamenti su Teheran in caso di ulteriori tentennamenti, la Guida Suprema dell’Iran Mojtaba Khamenei ha protestato duramente, arrivando a sospendere per alcune ore le trattative.
Fortunatamente, quando la situazione sembrava precipitare, i mediatori del Pakistan sono riusciti a ricucire lo strappo e a riportare le parti al tavolo negoziale. I colloqui sono proseguiti per diverse ore, fino a quando le delegazioni hanno raggiunto un’intesa per creare una linea di comunicazione diretta volta a evitare incidenti nello Stretto di Hormuz e per istituire una “unità per la gestione dei conflitti” con l’obiettivo di porre fine ai combattimenti in Libano.
Concluso il primo round negoziale tra Usa e Iran
Nonostante le posizioni divergenti, il primo round di colloqui di alto livello tra Iran e Stati Uniti in Svizzera si è concluso con “incoraggianti progressi”. Ora, mentre le rispettive delegazioni sono tornate nei Paesi d’origine, le trattative a livello tecnico proseguiranno per il resto della settimana.
A confermarlo è stato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che su X ha dichiarato: “Sono stati fatti progressi significativi per porre fine alla guerra in Libano. Per l’Iran sono state concesse deroghe alle restrizioni sulle esportazioni di petrolio e prodotti petrolchimici”.
Il diplomatico ha sottolineato come, tra i risultati raggiunti in questo round negoziale, figurino anche la revoca del blocco e del controblocco nello Stretto di Hormuz, lo sblocco di alcuni beni congelati dagli Stati Uniti e l’avvio di un importante piano di ricostruzione e sviluppo.
Il grande assente
Il grande assente di questi primi negoziati è il tema del nucleare iraniano. Si tratta, come noto, dell’unica carta politicamente spendibile da Trump per cercare di rivendicare un successo dopo una controversa operazione militare.
Secondo quanto riferito dalle parti, l’argomento verrà affrontato nelle prossime settimane e dovrà chiarire, secondo Washington, anche il destino dell’uranio arricchito al 60%, che sarebbe ancora sepolto sotto le macerie degli impianti nucleari bombardati dagli Stati Uniti e da Israele.