Aleksandar Vučić si dimette per restare al potere. Il 27 giugno 2026, davanti al Parlamento di Belgrado, durante il comizio “Serbia, una sola famiglia” convocato dal suo Partito progressista serbo (Sns) e partecipato da almeno 200mila persone secondo il ministero dell’Interno, il presidente ha annunciato che lascerà la carica nelle prossime settimane. Per ricandidarsi subito, stavolta da premier, alla testa della nuova lista “Serbia Unita“. Il suo secondo e ultimo mandato sarebbe scaduto nel 2027, e la Costituzione gli vieta una terza corsa presidenziale. Quindi cambia poltrona.
La presidenza serba è in gran parte cerimoniale: il potere vero sta a Palazzo del governo. Vučić, primo ministro dal 2014 e capo dello Stato dal 2017, torna di fatto dove ha sempre comandato, e lo fa con un voto che vuole trasformare in un plebiscito sulla propria figura. L’opposizione legge la mossa per quello che è. Savo Manojlović, leader del movimento Kreni-Promeni, la definisce un tentativo di anticipare una caduta annunciata, visto che la piazza studentesca raccoglie oggi più consenso del presidente.
Dimettersi per restare
Tutto nasce da un crollo. Il 1° novembre 2024 la pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, appena ristrutturata, è venuta giù alle 11.52 uccidendo 16 persone, tra cui un bambino. Da allora la Serbia è rimasta in piazza: occupazioni di università, blocchi stradali, cortei in oltre 400 città, sotto lo slogan «la corruzione uccide». Il 15 marzo 2025 a Belgrado sono scese in piazza centinaia di migliaia di persone, la più grande nella storia recente del Paese. A gennaio si era già dimesso il premier Miloš Vučević. Per le sedici vittime, a oggi, nessun condannato.
Gli studenti chiedono elezioni anticipate da mesi. Solo che Vučić gliele concede alle sue condizioni: data ancora ignota («prima di quanto pensiate», ha detto), presidenziali e parlamentari insieme, campagna costruita sull’apparato del partito. Kreni-Promeni chiede invece un governo di transizione di tecnici indicati dai manifestanti, e diffida del voto per il timore, mai sopito, dei brogli. Lo scarto è questo: la piazza vuole smontare il sistema, il presidente vuole legittimarlo con un’urna.
Il conto europeo
E poi c’è Bruxelles, che presenta un conto salato. La Serbia è candidata dal 2012, ha aperto 22 dei 35 capitoli negoziali e ne ha chiusi appena due: di fatto è ferma dal 2021. Sui capitoli 23 e 24, giustizia e diritti fondamentali, per la Commissione europea i progressi restano a zero. Il 4 giugno 2026, a Belgrado, il presidente del Consiglio europeo António Costa ha legato l’avanzamento del negoziato a stato di diritto, riforma elettorale e libertà dei media. La commissaria all’allargamento Marta Kos ha minacciato di congelare 1,6 miliardi di euro del Growth Plan dopo gli emendamenti sulla magistratura del gennaio 2026, bocciati anche dalla Commissione di Venezia. E il 17 dicembre 2025 Vučić aveva disertato il vertice Ue-Balcani. Con il premier albanese Edi Rama ha intanto proposto un’integrazione graduale senza veto, letta a Bruxelles come scorciatoia, mentre il suo partito rischia la sospensione dalla famiglia del centrodestra europeo.
Sul fronte opposto restano Mosca e Pechino, gli «amici tradizionali» che il presidente rivendica. Un’amicizia che costa: la Naftna Industrija Srbije (Nis), la compagnia petrolifera controllata al 44,85% dalla russa Gazprom Neft, è sotto sanzioni statunitensi da ottobre 2025, la raffineria di Pančevo è ferma, l’oleodotto croato Janaf chiuso. Nis vale tra il 7 e il 13% delle entrate di bilancio e dà lavoro a oltre 13mila persone, secondo l’Occrp. L’ungherese Mol tratta per rilevare la quota russa. Intanto Vučić promette aumenti di salari e pensioni e un’accelerazione verso l’Unione.
Sedici morti senza colpevoli, un negoziato europeo immobile, una raffineria spenta. Il presidente cambia sedia perché tutto il resto resti dov’è.