La deriva Usa a 250 anni dalla Dichiarazione d’indipendenza: in gioco non c’è solo la sopravvivenza della promessa americana

A 250 anni dalla Dichiarazione d'indipendenza, in gioco non c'è più solo la sopravvivenza degli Usa, ma la resilienza delle democrazie.

La deriva Usa a 250 anni dalla Dichiarazione d’indipendenza: in gioco non c’è solo la sopravvivenza della promessa americana

Oltre le celebrazioni rituali, il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti impone una riflessione critica sul significato attuale di quell’atto fondativo che, il 4 luglio 1776, aprì la strada a promesse di libertà, uguaglianza politica e tutela dei diritti individuali. Come accade per ogni grande esperienza storica nazionale, anche quella statunitense è segnata da luci e ombre, sebbene oggi siano soprattutto queste ultime a emergere nel dibattito contemporaneo annunciando la crisi del modello americano nella sua attuale proiezione dell’“era Trump”. La storia degli Stati Uniti viene così letta oggi attraverso le sue contraddizioni originarie e le sue tensioni irrisolte. 

Si rimarca così che nonostante gli originari principi di libertà e purezza spirituale dei Padri Pellegrini che nel 1620 sbarcarono con il Mayflower sulle coste del New England, dopo la prima fase di colonizzazione intorno al 1660 si alimentò una forte intolleranza religiosa, con la persecuzione e l’uccisione dei Quaccheri nella Massachusetts Bay Colony. Analogamente, la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, pur enunciando i celebri principi elaborati da Thomas Jefferson, ha visto la propria promessa storica sottoposta, nei decenni e nei secoli successivi, a ripetute contraddizioni.

La deriva degli Usa, dalla Dichiarazione d’indipendenza a oggi

Lo schiavismo, la guerra civile americana, l’espropriazione delle terre e i genocidi dei popoli nativi, la violenta destrutturazione delle loro società e la successiva segregazione razziale degli afroamericani mostrano quanto fosse profondo lo scarto tra il proclamato universalismo dei diritti e la realtà storica. Nel tempo più recente, anche la costruzione ideologica dell’Occidente intorno agli Stati Uniti come spazio condiviso di valori democratici ha conosciuto tensioni e ambivalenze. Dopo la stagione della ricostruzione morale e istituzionale del secondo dopoguerra, si è progressivamente affermata una fase caratterizzata da un esercizio sempre più unilaterale e aggressivo della potenza statunitense, solo in parte giustificato dalle dinamiche della Guerra fredda.

Sono gli errori strategici che hanno portato alle operazioni di intervento e influenza in diversi scenari internazionali, accompagnate dal sostegno persino ai criminali regimi autoritari del Sud America. Dopo l’11 settembre 2001, la risposta americana ha ulteriormente accentuato tali contraddizioni, in particolare con la guerra in Iraq del 2003, fondata su presupposti poi rivelatisi infondati,  le torture di Guantanamo e la discussa gestione del conflitto in Afghanistan. Tali sviluppi hanno contribuito a erodere l’autorità morale degli Stati Uniti e dell’intero ordine liberale internazionale. Così anche alla più recente guerra dei dazi anche all’Europa, alle aggressioni al Venezuela, alle minacce a Canada, Groenlandia e Panama, alle tensioni in Medio Oriente – con il dramma disumano ancora in divenire per i palestinesi – e all’ultimo fallimentare confronto strategico con l’Iran, emerge l’ultima deriva: non c’è più l’intenzione nemmeno di proclamare i principi, seppure in un’ipocrita interpretazione selettiva, la sola dimensione che conta è la pratica concreta della potenza nella visione personalistica di Trump.

Sul piano interno, analoghe tensioni attraversano la democrazia statunitense. Le politiche migratorie hanno suscitato forti controversie, con episodi come le deportazioni, le separazioni familiari alla frontiera e l’adozione di un approccio fortemente securitario all’immigrazione, incidendo sull’immagine storica degli Stati Uniti come terra di accoglienza. Tuttavia, tale fase non può essere interpretata esclusivamente attraverso la figura di Trump, che appare piuttosto solo come catalizzatore di fratture già presenti nel tessuto sociale. In questa direzione, l’analisi di J. D. Vance in Hillbilly Elegy offre una rappresentazione significativa delle difficoltà delle comunità operaie e rurali colpite da deindustrializzazione, insicurezza economica e riduzione della mobilità sociale. È su questo terreno che si è sviluppata la risposta politica del movimento Make America Great Again, che ha tradotto tali tensioni in un linguaggio identitario, in cui immigrazione, globalizzazione e competizione internazionale vengono percepite come fattori di declino.

Dinamiche analoghe, seppur con forme differenti, si osservano anche in Europa e in altre democrazie occidentali, dove l’erosione del ceto medio e l’aumento delle disuguaglianze favoriscono la crescita di narrazioni politiche fondate sulla contrapposizione e sulla ‘logica del nemico, in particolare sul tema migratorio. Rimane di fondo la questione centrale che sul piano geopolitico  gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare nuove sfide. La Federazione Russa, la Cina e l’Iran agiscono come poli revisionisti e alternativi, contestando l’assetto strategico globale, e l’idea stessa di quella normatività occidentale universale costruita sulla Carta delle Nazioni Unite, anche perché contraddetta più volte dagli stessi Usa. Di fronte a queste provocazioni, gli Stati Uniti di Trump hanno dunque risposto con la stessa logica di potenza, mentre tutte le democrazie occidentali sul piano interno sono attraversate da una crescente crisi dei modelli costituzionali: è costante la tensione tra poteri esecutivi, istituzioni di garanzia e opinioni pubbliche fortemente polarizzate sui temi delle diseguaglianze e dell’immigrazione incontrollata.

Il lungo percorso

Cosa devono indurre queste riflessioni inquietanti, se si vuole ancora cercare qualche rassicurazione? Una prima risposta sta nel riprendere allora proprio la  pars construens più positiva che pur si rinviene nella Storia degli Stati Uniti. Nella Dichiarazione del 1776, si proclamava  che «tutti gli uomini sono creati uguali», «sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili» e che «i governi derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati». Con Abraham Lincoln, nel celebre Discorso di Gettysburg del 1863, si ridefinisce la stessa architettura costituzionale della Repubblica come un ordinamento fondato sul governo del popolo, dal popolo e per il popolo, legando in modo indissolubile la sopravvivenza dell’Unione al definitivo superamento della schiavitù con il XIII Emendamento: il diritto di cittadinanza per nascita viene definitivamente costituzionalizzato, trasformando la promessa politica dell’uguaglianza in un principio giuridico destinato a incidere profondamente sulla futura evoluzione della democrazia americana.

Nel primo Novecento, Woodrow Wilson proietta gli ideali della democrazia americana oltre i confini nazionali con i Quattordici Punti e il progetto della Società delle Nazioni. Con Franklin D. Roosevelt, la tradizione della democrazia americana viene ripensata in chiave universale nel celebre discorso sulle Quattro Libertà – libertà di parola, libertà di religione, libertà dal bisogno e libertà dalla paura – che definiscono un orizzonte morale comune per le democrazie occidentali e per l’intero sistema postbellico. Questo patrimonio ideale divenne la spina dorsale della Carta delle Nazioni Unite (1945), mentre fu la moglie Eleanor Roosevelt a presiedere la commissione redattrice della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948). Da quei documenti ha preso forma l’architettura istituzionale del secondo dopoguerra, consolidando l’idea di una comunità globale fondata sul diritto, sulla dignità della persona e sul rispetto e la  cooperazione tra le nazioni. È dunque in questo passaggio storico che la promessa americana diventa ancora più parte della grammatica costitutiva della nuova Europa liberata e dell’ordine globale del secondo Novecento.

L’Occidente moderno era diventato  uno spazio storico e politico condiviso tra europei e americani costruito anche da continui scambi e trasferimenti teorici, giuridici e politici. Hans Kelsen nel suo esilio negli Stati Uniti definisce la democrazia come ordine normativo fondato sulla centralità delle Costituzioni come limiti del potere. John Dewey interpreta la democrazia come esperienza sociale e processo educativo continuo, fondato sulla partecipazione e sulla comunicazione pubblica. John Rawls fornisce la più influente sintesi normativa del liberalismo contemporaneo, definendo la giustizia come equità e conciliazione tra libertà individuale e uguaglianza in un contesto di pluralismo permanente. In questa successione Kelsen, Dewey e Rawls tracciano i principi dell’Occidente contemporaneo: il diritto opera come limite del potere, la democrazia si configura come pratica di tutte le rappresentanze sociali e la giustizia come principio di legittimazione dell’ordine politico, tre livelli complementari di una stessa architettura storica e concettuale matrice del costituzionalismo moderno. Questa costruzione trova una sua significativa traduzione politica con la presidenza di John F. Kennedy, che negli anni ‘60 dà sostegno politico al movimento di Martin Luther King Jr. e un forte impulso alle riforme che condurranno alle storiche leggi sui diritti civili, abbattendo i pilastri legali della segregazione.

Oggi è a tutto questo spirit of America che ancora si può fare riferimento, nonostante la deriva trumpiana. Lo dimostra anche la recente pronuncia della Corte Suprema che nel caso Trump v. Barbara ha riaffermato la solidità del XIV Emendamento confermando il principio dello jus soli: la cittadinanza è “il diritto di avere diritti” e non può essere cancellata da un decreto presidenziale. Anche altre pronunce hanno riconosciuto il primato del Congresso in altre materie come le politiche sui dazi. Certo, la stessa Corte suprema, dove a prevalere numericamente sono giudici conservatori, non ha assunto posizioni univoche sul checks and balances. Con la decisione Trump v. United States del 2024 sono state riconosciute ampie forme di immunità presidenziale di fatto esonerandolo da qualsiasi responsabilità giuridica. Altre pronunce hanno consolidato la discrezionalità presidenziale nei poteri di nomina e revoca della gestione degli apparati pubblici, contribuendo alla erosione del principio della imparzialità e indipendenza dalla politica dei pubblici funzionari e di autorità di garanzia.

Il sistema dei pesi e contrappesi è dunque in una profonda crisi strutturale che coincide con la ridefinizione dei confini della democrazia costituzionale. Siamo tuttavia di fronte a uno scenario in costante evoluzione. Le pratiche di deportazione dell’ICE, gli effetti dell’inflazione percepiti in modo particolare dal ceto medio e dalle fasce popolari come conseguenze della guerra dei dazi e delle spese militari per le controverse aggressioni a Venezuela e Iran alimentano sempre di più un’area di dissenso insieme alle ritorsioni nel sistema universitario non compiacente alle ideologie Maga, e alle epurazioni e a tagli operati in tutti gli apparati dello Stato. Peraltro le ultime inchieste giornalistiche hanno riaperto il confronto sul colossale conflitto di interessi che ha visto segnare progressivi guadagni milionari di Trump e del suo seguito in criptovalute ed altri strumenti finanziari. Nel loro insieme, questi fattori contribuiranno certamente a fare delle elezioni di midterm un punto di svolta dell’era Trump.

Vale perciò una riflessione conclusiva. A duecentocinquant’anni dalla Dichiarazione del 1776, la questione non riguarda la sola sopravvivenza della promessa americana, ma la resilienza dell’intera comunità delle democrazie costituzionali nel conservarne il significato universale. Dall’Europa al Nord America, dal Giappone all’Australia, dal Canada all’India e al Brasile, oltre due miliardi e mezzo di persone vivono ancora entro ordinamenti che, pur attraversati da profonde tensioni, continuano a riconoscere la centralità della persona, della separazione dei poteri e dello Stato di diritto. È questo patrimonio comune che oggi è chiamato alla sua più difficile prova storica. Come ricorda Amitav Acharya (Storia e futuro dell’ordine mondiale, 2026) il futuro dell’ordine mondiale non sarà tracciato dall’egemonia di una sola potenza viste le forze contrapposte, per cui occorre ritrovare capacità di costruire un ordine realmente inclusivo, pluralistico e fondato sulla legittimità.  È questa la sfida che attende oggi Europa e Stati Uniti che perciò dovrebbero ritrovare le ragioni culturali della loro storica alleanza: non per difendere un primato, ma per dimostrare, con la coerenza tra principi e comportamenti, che la libertà, la dignità della persona e il diritto continuano a rappresentare il fondamento più credibile di un ordine internazionale in cui abbia senso concreto parlare ancora di rispetto, eguaglianza e cooperazione tra nazioni, popoli e cittadini finalmente liberi dalle guerre e dalle logiche di potenza.

*L’autore è membro dell’International Law Association