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TeleMeloni, per l’ad Rossi è solo un’invenzione. E mentre continua lo svuotamento di Rai 3, polemizza sulla mancata nomina a presidente di Agnes

Alla presentazione dei palinsesti Rai, l'ad Rossi respinge le accuse di una Rai sbilanciata a destra: "TeleMeloni? Operazione di marketing"

Pubblicato il 3 Luglio 2026 di Andrea Sparaciari
di Andrea Sparaciari
TeleMeloni, per l’ad Rossi è solo un’invenzione. E mentre continua lo svuotamento di Rai 3, polemizza sulla mancata nomina a presidente di Agnes
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Per l’Ad Rai, Giampaolo Rossi, TeleMeloni non esiste. È “un marchio”, “una straordinaria operazione di marketing”, una formula buona per i titoli dei giornali ma lontana dalla realtà. Eppure basta guardare i palinsesti presentati ieri ad Ancona per capire che la questione va oltre il nome. È il metodo.

Dopo due anni di accuse, polemiche, scontri, scioperi della fame, interventi del Colle, culminati due giorni fa con le clamorose dimissioni della presidente della Commissione di Vigilanza, Barbara Floridia, e di tutti i commissari, chi si aspettava dal capo meloniano del servizio pubblico almeno un segnale di discontinuità, è rimasto deluso.

Per Rossi le critiche a Telemeloni sono solo “Rumore”

Non cambia nulla. Anzi, da una parte si consolida una linea editoriale che continua a premiare gli uomini della “nuova” Rai dall’altra rivendica, come marchio di fabbrica Rai, quel ritrovato pluralismo che progressivamente è diventato il paravento dell’egemonia culturale inseguita dalle destre. Fino al paradosso.

L’ad infatti non arretra di un millimetro: liquida le dimissioni della Vigilanza come polemiche; definisce “azzardata” l’idea di un declino dell’offerta editoriale; sostiene che la risposta migliore alle critiche di tutte le opposizioni siano proprio i nuovi palinsesti. “Il resto è rumore“, dice rivendicando un bilancio finalmente in attivo e un’azienda che, a suo dire, investe come mai nell’informazione.

Ma non è tutto. Mentre minimizza la protesta delle opposizioni, Rossi è intervenuto direttamente sulla mancata elezione di Simona Agnes, la presidente che le opposizioni in Vigilanza si sono rifiutate di ratificare perché non ritenuta figura di garanzia (com’era nel loro pieno diritto fare).

Agnes sarebbe stata “un presidente di garanzia di gran lunga superiore a presunti direttori di garanzia del passato“, ha detto. Un giudizio politico. E poco importa se ha premesso di parlare a titolo personale, visto che Giampaolo Rossi e l’ad Rai, negli eventi istituzionali, coincidono perfettamente.

Un servizio totalmente sotto il controllo del centrodestra

La realtà è che la Rai continua a navigare con un presidente facente funzioni (Antonio Marano, leghista), con un ad militante di Fratelli d’Italia; con un direttore generale (Roberto Sergio) vicino a palazzo Chigi, con direttori di generi e di testate, quasi tutti di area centrodestra e con una Vigilanza azzerata. Ma per Rossi non vi è alcun problema: “L’azienda è pienamente operativa”. Come se il fatto che il Parlamento abbia certificato il fallimento della struttura deputata a controllare pluralismo e rispetto delle regole, sia un trascurabilissimo dettaglio burocratico.

Continua l’agonia di Rai 3

Sul fronte editoriale, poi, la fotografia è nota. Rai 3 continua a perdere la sua identità (solo due giorni fa la denuncia di Usigrai e Cdr del divieto dei vertici di mandare in onda uno spot che chiedeva di “Salvare Rai3”, con protagonisti numerosi personaggi della cultura e dello spettacolo).

Rossi la descrive come il luogo della “profondità, analisi e coscienza critica”. Ma, al netto della retorica, la rete appare sempre più svuotata. Restano le storiche “riserve indiane” dell’informazione, Report e PresaDiretta, programmi troppo forti per essere toccati, ma perennemente sotto attacco. E, attorno a queste?

Premiati e promossi

Emblematico il caso Antonino Monteleone. Fino a poche ore fa al centro delle polemiche per un discusso post su Gaza e per una richiesta di condanna a otto mesi per diffamazione, ieri promosso ufficialmente in prima serata al posto di Salvo Sottile promosso – anche lui – con la trasmissione pomeridiana che era di Milo Infante, passato a Mediaset.

Rossi, interrogato sul caso, ha spiegato di non voler fare il censore e ha richiamato soltanto al “senso di responsabilità”. Parole condivisibili. Se non fosse che quella responsabilità sembra non incidere mai – o quasi – sulle carriere. Come pure, in qualche caso, gli ascolti e i risultati.

Ma nonostante tutto Rossi si dà 10 e lode

Rossi respinge tutto. Anzi, si assegna persino “dieci e lode” per la propria gestione. Rivendica gli ascolti, il risanamento economico, le assunzioni dei giornalisti, le centinaia di ore di approfondimento in più. Numeri veri, che però non rispondono alla domanda centrale posta dalle opposizioni: quanto è davvero plurale la Rai?

Perché il punto non è quanti programmi di informazione esistano. Il punto è chi li conduce, quali sensibilità rappresentino, quanto spazio abbiano le voci critiche e quanto invece venga premiata un’omogeneità editoriale sempre più evidente.

Ma per Rossi va tutto bene e tutto procede nel migliore dei modi. Del resto, perché cambiare qualcosa, visto che tanto TeleMeloni non esiste…?

 

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