Giorgia Meloni si prepara a rivedere Donald Trump al vertice Nato di Ankara con la contraddizione che segna ormai la linea del governo sul riarmo: dire sì fuori dai confini, frenare dentro casa. Davanti agli alleati e al presidente americano che tratta l’Europa come un debitore moroso, l’Italia confermerà l’obiettivo Nato del 5% del Pil per la difesa. Ma a Roma il governo tiene congelati i prestiti europei del Safe, perché indebitarsi per comprare armi è, agli occhi degli elettori, una scelta tossica. L’ambiguità è tutta qui.
L’ambiguità di Meloni sul riarmo. Fuori dai confini dice sì, a casa frena
A Montecitorio Antonio Tajani ha rivendicato che ad Ankara l’Italia confermerà gli impegni sulla spesa militare, definiti necessari per difendere libertà e sicurezza. Ma mentre il ministro degli Esteri indossa i panni dell’alleato affidabile, Palazzo Chigi usa un’altra formula: il Safe sarà attivato solo se le Camere chiederanno la clausola nazionale di salvaguardia per derogare al Patto di stabilità sugli investimenti nella difesa. Una procedura formalmente corretta, ma politicamente comodissima: siccome nella maggioranza quello scenario viene considerato improbabile, il ricorso ai quasi 15 miliardi di prestiti europei resta fuori vista. È lo scaricabarile perfetto.
Scaricabarile
All’estero Meloni promette fedeltà agli obiettivi Nato. In Italia evita di mettere la firma sull’aumento del debito per le armi. Se serve rassicurare Washington, parla Tajani. Se serve frenare Bruxelles, si invoca il Parlamento. Se serve contenere il malumore dell’opinione pubblica, si rinvia tutto. Risultato: un governo che non sceglie, ma prova a far sembrare strategia il timore del costo politico. Trump, intanto, non concede sconti. A pochi giorni dal summit del 7 e 8 luglio, il presidente americano è tornato ad attaccare gli alleati, accusandoli di contribuire troppo poco alla protezione garantita dagli Stati Uniti. Ha definito il rapporto con la Nato non reciproco e ha rilanciato la solita contabilità muscolare sulle spese militari, mettendo nel mirino anche l’Italia.
La richiesta di Trump
È il copione che Meloni conosce: Trump chiede soldi, pretende segnali, misura la fedeltà sui bilanci militari. La posizione italiana diventa così più debole. Il governo si presenta ad Ankara rivendicando una spesa per difesa e sicurezza pari al 2,8% del Pil e la traiettoria verso il 5%, ma intanto non vuole usare lo strumento europeo più conveniente per finanziare quel percorso. Non perché il Safe sia gratuito: resta debito. Ma perché obbligherebbe la maggioranza a dire agli italiani che una parte crescente delle risorse pubbliche verrà destinata al riarmo.
Da settimane Guido Crosetto prova a tenere aperto il dossier e lascia intendere che il Safe potrebbe servire per gli impegni del 2027. Ma dentro l’esecutivo prevale il calcolo di Meloni: non offrire alle opposizioni il fianco di una manovra caricata di spese militari. Il M5S ha già fatto i conti: recuperare nel 2027 lo 0,15% del Pil non stanziato quest’anno e sommarlo all’aumento previsto significherebbe circa 7 miliardi in più sulla Difesa.
L’ambiguità meloniana
A rendere più opaco il quadro c’è anche la scena di Villa Taverna. Meloni non c’era, ma ha mandato mezzo governo alla residenza dell’ambasciatore Usa a Roma per la festa dell’Indipendenza americana. Tajani, Matteo Salvini, Crosetto, Giancarlo Giorgetti, Ignazio La Russa, Arianna Meloni: una presenza massiccia, quasi una delegazione di riparazione dopo le tensioni con Trump. Sul palco si è parlato di amicizia, franchezza, pari dignità. Ma il messaggio era un altro: la premier resta defilata, mentre i suoi presidiano Washington. È questa la nuova ambiguità meloniana.
Non rompere con Trump, non esporsi troppo con Bruxelles, non dire agli italiani quanto costerà davvero il riarmo. Ankara obbligherà tutti a uscire dalla nebbia. Gli Stati Uniti chiedono più spesa, la Nato pretende impegni misurabili, l’Europa offre prestiti che Roma non vuole intestarsi. Meloni prova a stare su tutti i tavoli, ma finisce per mostrare il punto debole del governo: promette il 5% agli alleati e poi scappa davanti al conto.