Albania, il silenzio che l’Italia porta in dote a Tirana: Roma tace sulla rivolta dei Fenicotteri per un protocollo da salvare

La rivolta dei fenicotteri va avanti da settanta giorni contro Rama e il resort di Kushner. Roma tace, ha un protocollo da salvare

Albania, il silenzio che l’Italia porta in dote a Tirana: Roma tace sulla rivolta dei Fenicotteri per un protocollo da salvare

Sfilano ogni pomeriggio verso i palazzi del governo, chiusi per la pausa estiva. A Tirana il corteo va avanti da più di settanta giorni consecutivi e in Italia questa storia è già archiviata. La “rivoluzione dei fenicotteri” è nata a maggio a Zvërnec, davanti a una recinzione comparsa dentro un’area protetta. Il 30 maggio le guardie private hanno caricato chi protestava. La polizia è rimasta a guardare. Da lì la piazza si è spostata nella capitale e ci è rimasta.

Chiedono le dimissioni di Edi Rama, primo ministro dal 2013, e l’abrogazione di tre leggi: la 21/2024 sulle aree protette, la 55/2015 sugli investimenti strategici, la 20/2025 sugli investimenti nelle aree montane. Nella breccia aperta dagli emendamenti del 2024, che ammettono il turismo di lusso dentro le zone tutelate, è passato il progetto di resort di Jared Kushner, genero di Donald Trump, fra l’isola di Sazan e la laguna di Vjosa-Narta. Oltre duecento specie di uccelli, una delle ultime foci intatte del Mediterraneo, e le ruspe entrate a maggio.

Albania, il cantiere e la moratoria

Il 30 dicembre 2024 il comitato presieduto da Rama ha riconosciuto lo status di investitore strategico alla società del progetto per Sazan, quello che accorcia i permessi. La procura anticorruzione albanese, la Spak, adesso indaga sulle modifiche allo status dell’area e sull’origine dei soldi usati per comprare i terreni. A giugno in centomila hanno sfilato a Tirana.

Il 17 giugno il Parlamento europeo ha approvato la relazione sull’Albania con 483 voti a favore, 103 contrari e 70 astenuti. Dentro c’è la richiesta di una moratoria immediata su nuovi permessi e cantieri nelle aree protette. Tirana punta a entrare nell’Unione entro il 2030. Legifera quindi contro gli standard che quell’ingresso pretende, proprio lì dove chiede di essere giudicata affidabile. Intanto ha trovato 4,2 milioni di euro nel fondo di riserva statale, quello delle calamità, per salvare il concerto di Kanye West dell’11 luglio. La polizia, nelle stesse settimane, ha risposto ai cortei con idranti e lacrimogeni e ha portato via decine di manifestanti.

Il conto italiano

E qui comincia la parte che ci riguarda. Il 6 novembre 2023, lo sappiamo, l’Italia ha firmato con l’Albania il protocollo sui centri di Shëngjin e Gjadër, ratificato con la legge 14/2024: spesa prevista 671,6 milioni fino al 2028, obiettivo dichiarato 36mila persone l’anno. Al 14 luglio 2026 il Viminale ne conta 685 trasferite e 101 rimpatriate. Solo la gestione del 2025, dice il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, è costata 50 milioni. ActionAid arriva così a circa 495mila euro per ogni rimpatrio, dividendo la spesa totale per i rimpatri riusciti.

Il 23 aprile l’avvocato generale della Corte di giustizia ha scritto che il protocollo regge in linea di principio, a condizione che i diritti di chi è trattenuto siano pienamente garantiti. La sentenza deve ancora arrivare. Il 5 giugno, con Tirana in piazza da una settimana, i due governi hanno finalizzato uno scambio di note per garantire nero su bianco i contatti dei trattenuti con familiari, avvocati e consolati. Il 16 aprile a Palazzo Chigi l’agenda del bilaterale con Rama era, parola della nota ufficiale, “connettività, industria della difesa e collaborazione in materia migratoria”. Delle ruspe e degli arresti, niente.

Giorgia Meloni chiama il premier albanese «il mio amico Edi Rama». E ricorda che l’Italia è il primo partner commerciale di quel Paese, con circa 3.000 imprese e un interscambio che vale attorno al 20% del Pil albanese. Roma ha bisogno che il protocollo regga, Tirana ha bisogno di uno sponsor a Bruxelles che non chieda conto dei cantieri. Il governo italiano, del resto, ha tutto l’interesse a che in Albania resti ogni cosa com’è. Il silenzio sulla piazza albanese è la clausola che nessuno ha messo per iscritto, ed è l’unica voce di quel bilancio che finora abbia reso.