“Amico mio, ci vediamo in tribunale”, la risposta di Matteo Salvini a Lorenzo Pezzotti, noto attivista LGBTQ+, performer e art director dello storico locale Botox Matinée di Milano che sabato 27 giugno, sul carro del Pride del capoluogo lombardo, urlava al leader del carroccio “Salvini faceva i p….. alle trans nei bagni chimici”: una frase stracciata, con un intento discriminato ben oltre l’offesa, a prescindere da chi la riceve.
Il caldo criminale, l’euforia della festa, gli Spritz di troppo, come elencati dal diretto interessato, non giustificano l’attacco becero, retrogrado e oltranzista, rivolto come un j’accuse da un esponente della nightlife milanese (che non è certo il salotto buono delle ideologie, confuse tra libertà e libertinismo) ad un politico che, sotto le mentite spoglie di Ministro del Governo, nasconde un abile distillatore di polemiche.
Se tale doveva essere, una rivendicazione, per l’ennesima volta invece è lo specchio e la descrizione di una scena politica per nulla fiera, tanto per i suoi attori che per le interpretazioni: perché non serve parlare di libertà d’espressione per sapere che l’offesa, da sempre, qualifica chi la fa e non chi la riceve, e in questo caso oltre alla solidarietà unanime per Salvini, perfino le giustificazioni di Pezzotti sono sembrate un’ammissione di inadeguatezza che il Ministro ha rispedito al mittente.
Il problema delle idee è che hanno sempre portavoce sbagliati e non puoi ambire a intrattenere una folla di 350mila persone senza pensare di soppesare ogni singola parola, con un megafono in mano e una telecamera addosso.
Al netto delle accuse, sono state le scuse la vera tara, perché rivolgerle doverosamente a Salvini, che minaccia le vie legali, richiama una consapevolezza tardiva, che fa rima con codardia se non accompagnano anche tutte quelle donne trans che sul proprio corpo hanno vissuto un calvario pur di fiorire e che, ancora una volta hanno visto quel loro stesso corpo strumentalizzato come una vergogna, un feticcio da nascondere oltre lo scandalo.
Alla fine il revisionismo è arrivato proprio da Salvini che, mentre il vilipendio oscurava la celebrazione per Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson, donne trans e da quasi sessant’anni madrine dei Moti di Stonewall e dei Gay Pride in tutto il mondo, pur non rinunciando alla denuncia contro Pezzotti ha rilanciato: “magari insieme potremo aiutare qualche associazione di volontariato”. Calunniato, ma libero dai pregiudizi.