Tre indagati muti davanti al gip. Sigfrido Ranucci, invece, che parla per un’ora con i magistrati e ripercorre anni di inchieste, attriti e minacce. Perché, a nove mesi dall’attentato dinamitardo davanti alla sua abitazione di Pomezia, la domanda decisiva resta ancora senza risposta: chi ha deciso di piazzare quell’ordigno davanti all’abitazione del conduttore di Report, e perché?
E’ caccia ai mandanti dell’attentato
Mentre i quattro presunti esecutori dell’attentato iniziano il loro percorso giudiziario, l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma è tutta concentrata sul livello superiore dell’organizzazione. Quello dei mandanti. Un fronte sul quale, assicurano gli investigatori, “non è esclusa alcuna pista”.
I primi interrogatori di garanzia di i eri non hanno certo aiutato gli inquirenti. Antonio Passariello, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino, detenuti nel carcere di Rebibbia, si sono infatti avvalsi della facoltà di non rispondere davanti al giudice per le indagini preliminari. Una scelta processuale legittima ma che, almeno per ora, congela ogni possibile ricostruzione del movente e della catena di comando. Oggi sarà invece interrogata Marika De Filippis, compagna di D’Avino, l’unica dei quattro destinataria degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.
Le accuse restano pesanti: detenzione, porto e utilizzo di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante di aver agito in più persone e con modalità mafiose. Contestazioni che descrivono un’azione pianificata e organizzata, ma che non chiariscono ancora chi abbia commissionato l’attentato.
Ranucci un’ora con Lo Voi per ricostruire il contesto
Proprio per questo, poche ore dopo il silenzio degli arrestati, in Procura è arrivato Ranucci, che è stato ascoltato per circa un’ora dal procuratore capo Francesco Lo Voi, dai magistrati della Dda titolari del fascicolo e dai vertici investigativi dei Carabinieri di Roma e Frascati. Un’audizione che non aveva l’obiettivo di ricostruire la notte dell’attentato, quanto piuttosto il contesto nel quale è maturato.
I magistrati hanno chiesto al giornalista se conoscesse gli arrestati e hanno passato al setaccio anni di lavoro investigativo di Report, cercando eventuali collegamenti con ambienti o persone finite sotto i riflettori della trasmissione. “Abbiamo ripercorso un po’ il passato di alcune vecchie inchieste, anche attriti sempre in conseguenza con le inchieste”, ha spiegato Ranucci lasciando gli uffici giudiziari. Attriti con “personaggi che sono stati al centro delle inchieste”, sui quali però il giornalista non ha voluto fornire ulteriori dettagli.
Il quadro investigativo resta volutamente aperto. “Mi sembrano attivati a 360° gradi, non si esclude nulla”, ha detto il giornalista, aggiungendo che nella sua vita privata “ho avuto solo scazzi professionali”. Una frase che fotografa bene l’approccio degli inquirenti: verificare ogni possibile pista, senza escludere né un collegamento con l’attività giornalistica né, in via teorica, l’ipotesi di un gesto isolato.
“Nessuna pista è esclusa, nemmeno quella del gesto di un pazzo”, ha ribadito il conduttore. Tra i fascicoli riesaminati durante l’incontro con i magistrati figura anche una vecchia inchiesta di Report sui cantieri navali, riconducibile all’area geografica nella quale operava il gruppo arrestato. Ma lo stesso Ranucci invita alla prudenza: “L’abbiamo ripercorsa, però non è che ci siano indizi che vanno verso quella parte”.