La circolazione ferroviaria è agonizzante e l’Italia è divisa in due, con tempi di percorrenza biblici? Non è colpa del ministro Matteo Salvini. Parola di… Matteo Salvini. Il ministro, infatti, non ha alcuna responsabilità se i treni arrivano in ritardo, perché è colpa del meteo, dei ladri di rame, dei vandali, dei troppi passeggeri o dei cantieri.
E se l’Ad di Ferrovie dello Stato, Stefano Donnarumma, lascia l’incarico nel pieno del delirio ferroviario, non è perché è stato accompagnato alla porta dal ministro: no, è stata una decisione presa “di comune accordo”. In generale, se gli italiani passano ore bloccati sotto il sole in attesa di un Frecciarossa, la responsabilità è di molti, ma non del capo del Mit.
Al question time in scena l’ennesima autoassoluzione di Salvini
Parola del ministro Salvini Matteo, che anche ieri è riuscito a trasformare il question time alla Camera nell’ennesimo esercizio di autoassoluzione. Il vicepremier si è nascosto dietro ai numeri: la puntualità dell’Alta velocità sarebbe salita dal 74,1 al 77,7% tra il 2024 e il 2026, gli Intercity sarebbero migliorati, i regionali pure. Gli investimenti sono “senza precedenti”: 11,6 miliardi nel 2025, 1.300 cantieri aperti, diecimila treni al giorno contro i 7.600 del 2018.
E poi quel dato ripetuto come un mantra: il 24% dei ritardi dipende da “cause esterne”, dai furti di rame ai danneggiamenti fino agli eventi atmosferici eccezionali. Insomma, il ministro ha descritto un sistema ferroviario quasi virtuoso, vittima soltanto di una sfortunata congiura del destino. Peccato che quel destino, da quasi quattro anni, abbia proprio lui come demiurgo.
Poi cita Toninelli, dimenticando che erano al governo insieme
Il passaggio più curioso arriva quando cita l’ex collega Danilo Toninelli. Lo prende a paragone per dimostrare che i ministri non sono responsabili della puntualità dei treni: “Non era colpa di Toninelli allora e non è merito di Salvini oggi”. Frase apparentemente impeccabile. Peccato che Matteo dimentichi un dettaglio: nel 2018, quando Toninelli sedeva al Mit, lui era il vicepremier, numero due dello stesso governo Conte I.
Stessa narrazione “curiosa” sulla vicenda dell’addio di Donnarumma. Le sue dimissioni? Nessuna epurazione, nessuna resa dei conti dopo settimane di polemiche. “Una decisione assunta dall’Ad di intesa con il ministero”, assicura Salvini. Traduzione: nessuna cacciata, ma addio consensuale. Una ricostruzione che però arriva proprio mentre il governo procede al cambio dei vertici del gruppo nel momento più difficile per la rete ferroviaria.
La responsabilità politica c’è, eccome
Il punto, però, non sono nemmeno le responsabilità dirette dei singoli guasti. Nessuno pretende che un ministro ripari uno scambio o sostituisca una rotaia. Ma la programmazione dei lavori, il coordinamento dei cantieri, la comunicazione ai viaggiatori, l’organizzazione dei servizi sostitutivi e la gestione dell’emergenza, sono esattamente ciò per cui esiste una guida politica del ministero. Ed è su questo terreno che le opposizioni concentrano le critiche.
Un esempio? Non ci voleva un genio per capire che se blocchi l’autostrada Milano-Genova all’altezza di Busalla e, contemporaneamente, fermi la circolazione dei treni tra Pavia e Tortona – in piena estate – il traffico sulla direttrice Lombardia, Piemonte, Liguria, Toscana, impazzisce… E di chi è il compito di evitare che gli italiani impazziscano per andare in vacanza…? Dei tecnici o dei politici, a partire dal ministro.
Per i dem i treni in sei mesi hanno accumulato sette anni e mezzo di ritardi
A fare i conti – reali – dei ritardi ci ha comunque pensato il Pd, per il quale sommando tutti i minuti accumulati dai treni italiani nei primi sei mesi del 2026, si arriva a oltre sette anni e mezzo di tempo perso dai passeggeri. Un numero efficace per rappresentare il peso quotidiano dei disservizi. “Li abbiamo contati noi per lui”, ha attaccato il dem Andrea Casu, ricordando come nel calcolo non siano stati inseriti neppure i giorni di sciopero, proprio per evitare facili polemiche contro i lavoratori.
Il problema non è l’esistenza dei cantieri, indispensabili per ammodernare una rete vecchia di decenni, attacca il Pd, ma nell’aver aperto decine di interventi senza predisporre una gestione adeguata delle conseguenze. Il paradosso è tutto qui. Per il ministro i numeri raccontano una ferrovia migliore di quella ereditata. Per milioni di italiani, invece, l’unica vera misura, resta quella dell’orologio.
In ogni caso, nel racconto di Salvini c’è una costante: se qualcosa funziona è merito degli investimenti del governo; se qualcosa va storto, la responsabilità è immancabilmente di qualcun altro.