Proni alle pretese di Washington: da Ankara accelera il riarmo europeo

La Nato si allinea alla linea di Washington: Europa e Canada devono assumersi una quota maggiore della difesa dell’Alleanza per il riarmo

Proni alle pretese di Washington: da Ankara accelera il riarmo europeo

La Nato si allinea alla linea Trump e ad Ankara certifica la svolta sul riarmo europeo. Nella dichiarazione finale del vertice, gli alleati recepiscono il cuore della richiesta arrivata da Washington: Europa e Canada devono assumersi una quota maggiore della difesa dell’Alleanza, dentro una Nato agganciata alla leadership americana. La formula è quella preparata nei mesi scorsi: “un’Europa più forte in una Nato più forte”. Tradotto: più spese militari, più industria della difesa e meno margini per chi pensava di rallentare. Nel testo finale viene riconosciuto che “gli alleati europei e il Canada, in collaborazione con gli Stati Uniti, si stanno assumendo maggiori responsabilità per la difesa dell’Alleanza”. La cornice è quella della minaccia russa di lungo periodo e del terrorismo. Ma la sostanza politica è il rispetto dell’impegno assunto all’Aia: portare la spesa per difesa e sicurezza al 5% del Pil entro il 2035. Un obiettivo enorme, destinato a pesare sui bilanci pubblici europei. Che, secondo l’Osservatorio Milex, all’Italia costerebbe 500 miliardi.

Proni alle pretese di Washington. Da Ankara accelera il riarmo europeo

La dichiarazione rivendica che nel 2025 gli alleati europei e il Canada hanno aumentato gli investimenti per la difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I 32 Stati membri si impegnano ad ampliare la capacità produttiva, accelerare l’innovazione ed eliminare le barriere commerciali nel settore. A blindare la linea ci ha pensato Mark Rutte, che ha parlato di “grande senso di unità” sotto la leadership di Donald Trump e di progressi verso il 5% del Pil.

A blindare la linea ci pensa Rutte

Rutte ha sostenuto che Trump è “completamente impegnato nell’Alleanza” e che su un punto “aveva ragione”: l’Europa è rimasta troppo dipendente dagli Stati Uniti per la propria difesa. In questo quadro, l’Italia viene citata tra i Paesi che hanno aumentato la spesa, passando dall’1,3% al 2%. Ma proprio qui si apre il nodo politico per il governo Meloni. La premier, Giorgia Meloni, in conferenza stampa, ha provato a smarcarsi dal presidente americano, parlando di autonomia europea e della necessità che l’Europa assuma più controllo sulla propria sicurezza. Ma nella sostanza ha confermato gli impegni presi.

Meloni prova a smarcarsi da Trump ma non ci riesce

“Oggi noi siamo al 2,8% del Pil” per le spese della difesa, ha detto Meloni, aggiungendo che il prossimo anno il governo farà “i suoi sforzi per crescere ancora”. Una scelta rivendicata come atto di responsabilità, anche se impopolare. La narrazione della sicurezza non cancella però il punto: l’Italia si prepara a mettere altre risorse sul riarmo mentre sanità, scuola, trasporti e infrastrutture reclamano fondi. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha quantificato in 19 miliardi le risorse per la difesa da inserire nella Manovra che ha un orizzonte triennale.

Le proteste del M5S

Per i capigruppo M5S nelle Commissioni Difesa, Arnaldo Lomuti e Alessandra Maiorino, si tratta di debito aggiuntivo che ricadrà sui prossimi governi e sugli italiani: soldi che dovrebbero andare a sanità, istruzione e infrastrutture, non alle richieste di Trump. Il tentativo di smarcamento di Meloni è emerso soprattutto quando la premier ha parlato del possibile ridimensionamento della presenza americana in Europa. “Allo stato attuale non ci è stato comunicato alcun disimpegno formale”, ha spiegato, ricordando però che nella Nato si discute di “burden shifting”: più responsabilità agli alleati europei per consentire agli Stati Uniti di concentrarsi su altri quadranti. Meloni ha anche sostenuto che, se l’Italia investe in difesa, quelle risorse devono restare nelle fabbriche, nella ricerca e nei territori italiani.

Nessuna autocritica, invece, sul rapporto privilegiato costruito negli ultimi anni con Trump. La premier ha rivendicato quella scelta sostenendo che il suo investimento politico non riguardava il presidente americano in quanto tale, ma l’unità dell’Occidente. “Non mi pento di nulla”, ha detto. Così Ankara consegna l’immagine di un’Alleanza che si compatta attorno alla linea americana e di una premier che prova a cambiare il racconto senza cambiare la sostanza. Meloni rivendica un’autonomia europea, ma conferma integralmente la traiettoria del 5% concordata nella Nato. Il tentativo di prendere le distanze da Trump resta così confinato alla comunicazione, mentre le scelte politiche seguono la linea fissata dall’Alleanza.