Caso Roggero, il diritto penale stravolto: quando la giustizia diventa vendetta popolare

Caso Roggero, Tradurre la legittima difesa in regole significa segnare la linea di demarcazione che separa uno Stato democratico dal Far West

Caso Roggero, il diritto penale stravolto: quando la giustizia diventa vendetta popolare

Il caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva per l’omicidio volontario di due rapinatori in fuga, costituisce una delle cesure più evidenti e dolorose nella nostra coscienza collettiva. Non si tratta soltanto della vicenda giudiziaria di un uomo travolto dalla violenza, ma è il riflesso della deriva d’opinione di una società civile sempre più attratta dal mito della vendetta e sempre meno disposta ad accogliere i pilastri dello Stato di diritto.

Caso Roggero, quando la giustizia degenera in vendetta

Sotto il profilo strettamente penale, la distinzione ribadita dai magistrati è chiara e non negoziabile: la legittima difesa mira a neutralizzare un pericolo attuale e imminente per l’incolumità fisica, non a inseguire chi fugge, colpirlo per strada e recuperare la refurtiva. Tradurre questo confine in regole significa segnare la linea che separa uno Stato democratico dal Far West. Nel dibattito pubblico, tuttavia, tale distinzione elementare è stata sistematicamente erosa.

Quando la reazione armata a rapina ormai conclusa è presentata come difesa o addirittura celebrata come modello di “eroismo civile”, non si osserva soltanto un comprensibile moto di empatia verso chi ha subito il trauma dell’aggressione. Si assiste a qualcosa di molto più pericoloso: l’idea che sofferenza e paura possano cancellare ogni regola e che il valore della vita umana vari in funzione della condotta etica di chi la pone in pericolo. L’imbarbarimento della società civile si misura proprio in questo cortocircuito, e come giurista e come genitore non posso che provare una reale inquietudine morale e sociale.

Dinamiche da tifoseria emotiva

La legge penale, infatti, sembra essere stata svuotata del suo significato di garanzia collettiva e valutata unicamente secondo dinamiche da tifoseria emotiva: “Sto con la vittima”, “sto con il delinquente”, “sto con la polizia”. Chiunque richiami la necessità della proporzione e del rispetto del codice penale, anche se competente, è accusato di essere complice dei criminali o indifferente alle sofferenze degli onesti. È la tentazione di alimentare l’esasperazione per ottenere consenso immediato, promettendo “licenze di sparare” o invocando riforme del diritto penale che, in realtà, ammiccano a una vendetta privata.

Se il diritto penale cede alla piazza e si trasforma da strumento di tutela e di ricomposizione sociale in semplice braccio armato del risentimento popolare, a crollare non è soltanto il codice penale ma s’incrina il patto sociale, s’indebolisce lo Stato di diritto. Rinunciare al monopolio statale della forza e a una valutazione rigorosa delle cause di giustificazione significa tornare a una fase pre-moderna della convivenza, in cui la misura della giustizia coincideva con la vendetta.

Comprendere sì, giustificare la ritorsione no

Comprendere l’angoscia, il terrore e persino la rabbia di un commerciante minacciato è un dovere umano e sociale. Scambiare tale comprensione per una legittimazione giuridica della ritorsione però equivale a condannare la società all’anarchia e alla giustizia fai-da-te. La sentenza definitiva nei confronti di Mario Roggero non è una vittoria da celebrare: in questa vicenda ci sono soltanto sconfitti e vite spezzate.

È, piuttosto, un richiamo severo alla realtà. Ricordiamo che la giustizia penale non coincide con la soddisfazione della vendetta: è la difesa intransigente della civiltà, anche quando “la pancia del Paese” chiede di abbandonarla. Voglio ricordare in chiusura a chi leggerà queste mie poche righe cosa pensasse ben due secoli fa un grande giurista (Francesco Carrara): “Il diritto penale nasce prima di tutto per difendere il reo anche contro la rabbia della folla e dello Stato inquisitorio”.