Ex Ilva, amianto e poveri sottili: ecco le motivazioni dello stop. La Corte: “Prima la salute”. Ira di governo e Federacciai

Ex Ilva, dopo la sentenza che ferma gli impianti, il governo si ritrova senza un piano per, Ma Giorgetti stanzia altri 100 milioni pubblici

Ex Ilva, amianto e poveri sottili: ecco le motivazioni dello stop. La Corte: “Prima la salute”. Ira di governo e Federacciai

Novanta giorni per fermare l’area a caldo dell’ex Ilva. È il tempo concesso ieri dai giudici della corte d’appello di Milano a quella fabbrica di morte che per decenni ha ucciso i cittadini di Taranto. Ma quella emessa ieri non è soltanto una sentenza: è una bocciatura dell’idea che si potesse continuare a produrre, a scapito di sicurezza e salute.

La Corte ha ordinato infatti lo stop degli impianti fino alla completa rimozione dell’amianto e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili entro limiti ritenuti accettabili. Perché i giudici hanno ribadito che il diritto alla salute non può più essere subordinato alle esigenze produttive. Le motivazioni sono pesanti.

L’Autorizzazione integrata ambientale del 2025 che permette la produzione, osserva la Corte, non impone la rimozione totale dell’amianto ancora presente nei cowper e continua a rinviare interventi considerati indispensabili. Non solo. I giudici parlano di una “perdurante, preoccupante e incompleta conoscenza delle fonti emissive”, ricordano gli eccessi di mortalità e di ricoveri registrati nell’area di Taranto e concludono che i rischi sanitari devono essere riportati “entro limiti di sicura accettabilità”. Un principio semplice: se salute e produzione entrano in conflitto, prevale la prima.

Federacciai non ci sta: “Impossibile eliminare l’amianto”

È una lettura diametralmente opposta a quella dell’industria. Per Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, la decisione rappresenta “l’apoteosi di un approccio giudiziario che ignora la realtà industriale“. La prescrizione di eliminare completamente l’amianto dai cowper, sostiene, è tecnicamente incompatibile con il funzionamento di un altoforno: “È come pretendere che un’automobile funzioni senza motore”. Se quei criteri fossero applicati a tutta la siderurgia europea, avverte Gozzi, gli altiforni del continente dovrebbero fermarsi.

L’ennesimo fallimento del governo Meloni

Nel mezzo c’è il governo, che incassa l’ennesimo colpo sulla gestione del dossier Taranto. A poche ore dalla sentenza, Giorgia Meloni ha convocato una riunione d’urgenza a Palazzo Chigi, prima del Cdm. Ma soprattutto è stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a certificare la portata (o disfatta) politica del provvedimento.

“Le sentenze sono sentenze e valgono per tutti”, ha premesso. Poi l’ammissione: lo stop all’area a caldo “stravolge” una fase di cessione ormai “abbastanza avanzata, prossima alla definizione”. Tradotto: il piano su cui il governo lavorava da mesi deve essere riscritto.

Nonostante la bocciatura del piano, altra iniezione di denaro pubblico da 100 milioni

Nonostante questo, il Consiglio dei ministri ha confermato un’ulteriore iniezione di denaro pubblico: altri 100 milioni di euro per garantire la continuità operativa dell’amministrazione straordinaria e accompagnare la vendita delle attività rimaste, almeno quelle dell’area a freddo. Ancora soldi dello Stato per tenere in piedi un impianto il cui futuro, dopo la decisione dei giudici, appare più incerto che mai.

Ed è qui che emerge il vero fallimento politico. Da oltre due anni il governo assicura di essere vicino a una soluzione definitiva per l’ex Ilva. Nel frattempo sono stati impiegati miliardi di risorse pubbliche, sono cambiate le strategie industriali, si sono susseguiti tavoli e decreti. Eppure la magistratura certifica che permangono condizioni incompatibili con la tutela della salute e costringe l’esecutivo a ripartire praticamente da zero.

Le opposizioni parlano apertamente di disfatta. Per il vicepresidente del M5S Mario Turco la sentenza “certifica il fallimento della strategia del governo Meloni e del ministro Urso”: dopo oltre quattro miliardi di euro spesi, sostiene, non sono stati garantiti né il risanamento ambientale né un futuro industriale credibile. Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, chiede invece che il governo dica finalmente quale sia la sua strategia, perché la città “ha già atteso troppo”.

E intanto l’ex Ilva torna al punto di partenza.