Per farsi arrestare Emma Bonino dovette insistere. Nel giugno 1975, il giorno delle elezioni, si presentò al seggio numero sette di Bra, dove secondo la cronaca dell’Espresso da Roma era arrivato l’ordine di evitare di imbattersi in lei, latitante dopo l’autodenuncia per procurato aborto, e aspettò finché qualcuno si decise ad applicarle la legge che voleva cancellare.
Finì in carcere. È morta oggi a 78 anni, lo ha comunicato Più Europa, il partito che aveva fondato nel 2017, e quel seggio nella sua città contiene già il metodo di una vita: mettere lo Stato davanti alle proprie leggi anche a costo di finirci dentro.
Aveva abortito anche lei di nascosto, e da quell’umiliazione era nato l’impegno nel Cisa, il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto fondato con Adele Faccio. Nel 1976 entrò alla Camera con i radicali di Marco Pannella e due anni dopo il Parlamento approvò la legge 194. Il privato lo teneva per sé, comprese le due bambine avute in affido per quattro anni. Con Pannella divise decenni di battaglie e una separazione che lei, a Belve nel 2023, chiamò «rottura unilaterale da parte sua».
Emma Bonino: due arresti in ventidue anni
Il secondo arresto arrivò a Kabul nel settembre 1997, quando era commissaria europea agli aiuti umanitari indicata dal governo di Silvio Berlusconi: i talebani la fermarono con la sua delegazione in un ospedale per aver fotografato delle donne e la rilasciarono dopo qualche ora. Andava a vedere, insomma, proprio dove i governi preferivano leggere i rapporti.
L’anno dopo guidava la delegazione della Commissione europea alla conferenza diplomatica che a Roma il 17 luglio 1998 adottò lo Statuto della Corte penale internazionale. Era l’approdo della campagna condotta dal 1993 anche con Non c’è pace senza giustizia, l’organizzazione che aveva fondato, e secondo la ricostruzione di Repubblica in quelle settimane la mattina negoziava e il pomeriggio usciva a salutare i radicali accampati davanti alla sede della Fao.
Gli elettori la votavano, i partiti no
Nel 1999 i radicali lanciarono la campagna “Emma for President”. Il 13 maggio i grandi elettori scelsero invece Carlo Azeglio Ciampi al primo scrutinio con 707 voti su 1.010, e a giugno la Lista Emma Bonino prese alle europee l’8,5 per cento. Il Quirinale, del resto, i partiti lo decidevano nei corridoi, dove lei entrava sempre da ospite. Poi arrivarono i ministeri, che sapevano di risarcimento: il Commercio internazionale e le Politiche europee nel governo di Romano Prodi dal 2006 al 2008, la vicepresidenza del Senato fino al 2013 e la Farnesina nel governo di Enrico Letta fino al 2014.
Il 12 gennaio 2015 annunciò a Radio Radicale il tumore al polmone e disse che «da una passione politica non ci si può dimettere». Mantenne la parola. Nel 2018 tornò al Senato, nel 2024 vide la lista Stati Uniti d’Europa con Matteo Renzi (Italia Viva) fermarsi sotto il 4 per cento alle europee, e intanto arrivavano i ricoveri per le crisi respiratorie. Il 5 novembre 2024 Papa Francesco salì da lei vicino a Campo de’ Fiori, entrambi in sedia a rotelle sul terrazzo, la salutò in piemontese e le disse che era «un esempio di libertà e resistenza», parole che quasi mezzo secolo prima nessun carabiniere di Bra avrebbe messo a verbale.
Resta lo Statuto per cui si era battuta. E resta il modo in cui l’Italia lo tratta. Il 19 gennaio 2025 il generale libico Osama Njeem Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, è stato arrestato a Torino, rilasciato due giorni dopo e riportato a Tripoli su un aereo di Stato, tanto che il 26 gennaio 2026 la Corte ha deferito l’Italia all’Assemblea degli Stati parte per mancata cooperazione. Lei per farsi arrestare dovette presentarsi a un seggio e aspettare. A lui per tornarsene a casa è bastato un passaggio del governo di Giorgia Meloni.